Libro Bianco sul Servizio Pubblico.

Monoscopio RAIIl DG Rai Luigi Gubitosi ha dichiarato di voler restare fino a fine mandato. E questa è una buona notizia. Sia perché oggettivamente la gestione fino ad oggi è stata più che positiva (circa 5 milioni di utile per lo scorso esercizio) sia perché francamente cambiare oggi non avrebbe avuto molto senso, almeno per l’azienda.

Nel 2016 – infatti – scade la concessione alla RAI per il servizio pubblico. Si è aperto il tempo quindi per iniziare un’ampia discussione in merito al suo rinnovo. In prima istanza capendo cosa significa servizio pubblico oggi e cosa potrà significare per il ventennio 2016-2036 (anche se si parla di un rinnovo per un periodo più breve di quindici anni). Non sembra essere in discussione il fatto che l’Italia voglia abdicare alla concessione di un servizio pubblico cosi come continua ad accadere in tutti i paesi europei. Sarà importante capire però cosa significa in una prospettiva più ampia che tenga conto dello sviluppo tecnologico che abbiamo avuto in questi ultimi anni e della inarrestabile accelerazione che l’industria delle telecomunicazioni sembra continuerà ad avere per i decenni a venire.

Il preservare le differenze locali, l’informazione regionale e tanti altri principi similari presi in massima considerazione nelle discussioni dei decenni passati sembrano ormai aver perso la loro centralità grazie all’abbondanza di canali comunicativi che Internet ci ha portato. Irrisolta o – per essere più precisi – peggiorata è la situazione relativa allo sviluppo delle produzioni nazionali, all’incentivo all’ingresso sul mercato di nuovi soggetti ed alla tutela della sperimentazione e della tradizione nostrana.

La RAI in quest’ultimo decennio ha abdicato alla sua missione a favore di una competizione stretta con la televisione commerciale. E questo ha portato se possibile ad una chiusura ancora più forte del mercato riducendo di fatto le alternative sempre ai soliti soggetti che hanno potuto fare il bello ed il cattivo tempo definendo prezzi, politiche, soglie pubblicitarie, barriere d’ingresso alle piattaforme digitali etc. Questo ha comportato di fatto l’assenza di un vero mercato competitivo.

Internet sta cambiando lo scenario. Ma dobbiamo far in modo che questo possa realmente avvenire. Il digitale terrestre avrebbe dovuto cambiare lo scenario, ma non è stata data sufficiente libertà di manovra ai nuovi entranti.

Gubitosi ha dichiarato di stare pensando alla stesura di un Libro Bianco sul Servizio Pubblico redatto da competenze miste derivanti dalla stessa RAI, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalla società civile. Un’ottima intenzione che deve essere tradotta in operatività immediatamente. Soprattutto se si vorranno veramente mettere in discussione le fondamenta dei principi del servizio pubblico e della sua struttura organizzativa.

Una strada che a mio modo di vedere sembra essere tra le più interessanti è quella che potremmo chiamare all’inglese. In UK il servizio pubblico si è da tempo separato in due realtà: BBC che vive solo di canone e Channel 4 che al contrario è una realtà commerciale. Quest’ultima ha come mandato di servizio pubblico – tra gli altri –quello di valorizzare le produzioni indipendenti nazionali ed allargare quindi il numero di player presenti sul mercato.

Pensare anche in Italia ad un servizio pubblico che si divida in tre strutture: una sorretta dal canone, una puramente commerciale ed una che gestisca le infrastrutture di rete, è una strada particolarmente interessante che garantirebbe un profondo cambiamento negli equilibri nel sistema radiotelevisivo nazionale.

Un invito, quindi, a Gubitosi a procedere senza indugio ad attuare quanto dichiarato. Siamo pronti ad aprire un dibattito serio e ragionato che possa finalmente dare al paese quei cambiamenti che aspettiamo da anni. Sono convinto che anche il premier Matteo Renzi non possa che sposare l’apertura di un tavolo di confronto – in tempi rapidi – per arrivare ad avere con il giusto anticipo una proposta ragionata, condivisa e concretamente evolutiva.