Nano a chi?

Basta vi prego! Vogliamo continuare a far commentare la televisione a chiunque o vogliamo darci un minimo di regole?

Usciamo dal Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia – organizzato dalla stratosferica Arianna Ciccone – con una forza ed una consapevolezza senza precedenti. Current TV ha trovato il suo punto di equilibrio nel panorama nazionale (e non) dettando i tempi e i modi di come un nuovo modo di fare approfondimento sia possibile. Avendo seguito, tanto (non si capisce subito che è séguito e non seguìto, ma non mi viene un’altra formula). Coinvolgendo (e facendo ragionare) intorno a grandi temi i principali protagonisti – autentici – del panorama dell’informazione nazionale. Arrivando a consolidare un profilo di “lettori” assolutamente non nazional-popolari (con tutto il rispetto) che vedono in questo progetto un segnale di cambiamento forte, concreto, consapevole. Travaglio, Cruciani, Gabanelli, Telese (che mi definisce come un Gheddafi circondato da amazoni in un suo recente post sul ilfattoquotidiano.it) e ancora Sofri, Bianchi, Giglioli, Rossi, Gomez, Formigli, Saviano, Ammaniti, Santoro (etc., etc.). Tutti intorno ad una discussione che abbiamo saputo generare e che continuiamo ad alimentare grazie alla nostra indipendenza e alla nostra noncuranza del sistema precostituito (e calcificato). Assieme a loro – fondamentali e centrali come non mai – centinaia di migliaia di “lettori”, di spettatori, di utenti che ogni giorno partecipano alla conversazione su come decostruire questo mondo che poco ci piace per costruirne un altro: diverso, consapevole, migliore.

Ben vengano tutte le critiche: riconoscendo i nostri errori saremo ancora più forti (!!!). Ma, per favore, non banalizziamo. Non lasciamoci tradire da letture superficiali e di convenienza, perché altrimenti nulla sarà davvero possibile.

Claudio Plazzotta scrive su Italia Oggi [20-4-2011] “Fenomeni alla Current TV, canale di Al Gore di cui si è molto parlato al recente Festival del Giornalismo di Perugia, hanno audience da prefisso telefonico (0,02% di share), analoghe, per esempio, a SuperTennis o Video Italia”, sottolineando al contempo il grande successo di share di RAI1 in prima serata.

A tutti coloro che parlano ancora di share in relazione al nostro progetto vorrei ricordare la scelta di MTV da sempre: vi risulta che sia rilevata? E perché non lo è? E ancora: come è composto il panel Auditel e – in definitiva – a cosa serve strumentalmente?

Fossimo in una condizione libera e democratica usciremmo volentieri dall’Auditel, certi di non dover subire una pesatura pubblicitaria funzionale al mantenimento dell’attuale regime. Ma, stanti così le cose, non possiamo farlo. Quello che possiamo fare è continuare ad andare avanti, dritti per la nostra strada invitando a parlare – e scrivere – di televisione solo chi ha realmente intenzione di raccontare la verità di questo folle mercato.

Perché Cruciani su Current.

Fare informazione indipendente da fastidio, non c’è dubbio. Non lavorare con una tesi precostituita da dover precuocere ed imboccare ai propri lettori, non sottostare a logiche di potere, non dover rispondere a nessun partito politico, sono tutti privilegi che noi ci siamo conquistati con il progetto Current TV e che continuiamo ad usare per informare chiunque ci vorrà continuare a seguire.

Il nostro obiettivo è informare non convincere. Mostrare i fatti, far sentire le opinioni – le più differenti – lasciando che sia il pubblico, una volta digerita l’informazione, a formarsi autonomamente la propria opinione. Questo il principio che guida tutte le nostre scelte.

Quando cominciammo a programmare Marco Travaglio (nell’agosto 2010) ci piovvero addosso un mare di critiche per aver messo in palinsesto un personaggio dichiaratamente antiberlusconiano definito antipatico, arrogante, fazioso e parziale. Il Giornale e Libero ci hanno distrutto per questo (anche con titoli in prima pagina) definendoci “la TV con il più alto tasso di antiberlusconismo” e ancora “TeleTravaglio”. Il risultato è stato un grande successo di pubblico: che ti piaccia o no Travaglio comunque ti informa, con un formato che rompe gli schemi televisivi. Se non vuoi vederlo cambia canale, se vuoi sentire cosa dice stai li, ti farai poi la tua opinione in autonomia.

Una valanga di critiche ci sta piovendo addosso per aver programmato una nuova trasmissione “Il Tritacarne” scritto e condotto da Giuseppe Cruciani (La Zanzara). Senza neanche averla vista centinaia di commenti ci definiscono come “traditori” per aver dato voce ad un berlusconiano, servo del potere, arrogante, fazioso, parziale.

Vedremo come il pubblico reagirà al programma. Lo scopriremo tra qualche mese. Ma questa è esattamente la nostra missione e continuare a misurare una continua insofferenza per quello che facciamo è un segnale positivo – fondamentale – che ci fa andare avanti ancora più forti, ancora più convinti.

  

Televisioni del Mondo #IJF

Il controllo dell’informazione online.

Anche la rete – apparentemente isola felice della libera informazione – soffre dell’egemonia dei potenti. Sono loro che determinano le regole del sistema: quanto costa, quanto va veloce, chi è servito e dove. Ma sono loro che, un po’ per ingegno un po’ per caso, hanno evitato che per l’informazione online si costituisse un’abitudine data da un sistema capace di pretendere e al contempo garantire il giusto prezzo per chi produce informazione.
Mi spiego. Assistiamo oggi ad una presa di coscienza diffusa – con vari tentativi laterali mai andati a buon fine – che l’informazione online è destinata a rimanere gratuita. Le grandi testate in tutto il mondo si arrovellano sul come poter rimediare a quello che sembrerebbe un vero e proprio peccato originale: abbiamo abituato la gente a poter fruire dei migliori siti online gratuitamente. Ora cambiare il modello è praticamente impossibile.
Meno male, si sarebbe portati a pensare. Ma cosi non è. Pensateci bene: il fatto che tutta l’informazione sia libera, fa sì che sia possibile leggere il NewYorkTimes, il Guardian, Repubblica e il Corriere senza sborsare un euro. E non è il massimo per tutti questi soggetti, che comunque vivono sempre più di pubblicità e che più in generale campano e camperanno grazie alle importanti quote di lettori che si sono conquistati soprattutto grazie alla loro possibilità di autosussistenza pregressa al sistema Internet. Decisamente pessimo per tutti gli altri: per chi fa ha un blog – gestito anche professionalmente e con un importante seguito – per chi vuol fare un sito di informazione indipendente, per chi vuole sperimentare nuove forme di comunicazione. Tutto il resto del mondo informativo online – ed è la fetta decisamente più grande – eredita una abitudine diffusa che farà si che loro non riusciranno quasi mai ad essere pagati direttamente dai loro lettori. E se comunque ci riusciranno, raccoglieranno cifre ridicole, con in più l’aggravante che i loro numeri non saranno mai realmente interessanti per generare volumi importanti di proventi. Per intenderci, di rado si riesce a tirar su una cifra per pagarsi tre o quattro caffè in un mese. Lo sterminato esercito di micro sorgenti di informazione generalmente fa affidamento a Google per la raccolta pubblicitaria: non come i potenti che hanno le loro concessionarie di riferimento. Google ha creato un meraviglioso sistema per la gestione diffusa della pubblicità, un meccanismo che ne ha decretato il travolgente successo. Fu, e spesso è ancora venduto, come un approccio democratico alla pubblicità, una nuova via capace – disintermediando – di sovvertire i poteri precostituiti aprendo a tutti la possibilità di investire e di ricavare profitto dalla pubblicità. A tutti, anche ai più piccoli. Un meccanismo perfetto comunicato con grande abilità. Sì, perché la vera verità è che la raccolta pubblicitaria di Google rientra pienamente nel paradosso della “Lunga Coda”, e il paradosso sta nell’aver fatto credere a una massa di persone esattamente il contrario di come stanno le cose. La teoria della “lunga coda” – postulata da Chris Anderson nell’omonimo libro – fa scoprire al mondo come nell’era digitale la gente – potendolo fare –sceglie e quindi acquista beni che mai avrebbe acquistato nel mondo reale, solo perché nel mondo degli atomi la disponibilità dei magazzini e la capacità espositiva di negozi e showroom è decisamente limitata. Non avrò mai e mai ho avuto un negozio di dischi con milioni di scelte a disposizione. Online sì. Ed è questo che nelle statistiche di vendita dei grandi negozi online ha generato una lunga coda di acquisti al di fuori delle normali vendite legate ai successi del momento. Questa analisi – incontrovertibile – ha generato, per colpa di una lettura troppo naïve o per un disegno preciso di comunicazione, un’enorme falsa speranza nel far credere che avendo tutti i prodotti una reale chance d’acquisto grazie ad Internet, allora anche i più piccoli, i meno considerati, storicamente meno acquistati o semplicemente usciti di moda avrebbero potuto avere possibilità di ricavi. Alla fine il dato di fatto rimane confermato: è vero che la gente, potendo scegliere, ora sceglie – ed è quindi vero che viene acquistato online anche il brano anni sessanta di autore praticamente sconosciuto e mai balzato alle cronache – ma è altrettanto vero che l’autore di quel brano anche se ricevesse per miracolo un centinaio di acquisiti a suo favore praticamente guadagnerebbe denaro sufficiente forse solo per un caffè.

Chi vende nello spazio della lunga coda, soprattutto nelle zone basse, non fa un euro. Chi ci guadagna con la lunga coda sono gli aggregatori. Se io sono iTunes guadagno una percentuale di denaro indipendentemente da quello che sto vendendo – magari guadagnerò di più o di meno a secondo degli accordi presi, ma guadagnerò sempre. Aver suo malgrado generato al suo interno un fenomeno di “lunga coda” significa per iTunes un più 30/40 percento di ricavi. Mentre per la maggior parte dei facenti parte della “lunga coda” i ricavi rimangono vicini allo zero.

Lo stesso avviene per la pubblicità di Google. Dare a tutti la possibilità di mettere degli annunci pubblicitari significa solo rendere felice Google che guadagna da ogni singola inserzione, anche se poi viene programmata su siti a bassa o bassissima frequentazione secondo gli standard industriali. Tutto lecito, per carità, e vale comunque la regola del “meglio di niente”. Resta il fatto che questo meccanismo alimenta il sistema, ma non lo sovverte. Spesso illude la gente, non regalandogli niente.

Pensate invece se dapprincipio le cose fossero andate diversamente. Se, come lamentano i grossi editori, avessimo abituato la gente a pagare per l’informazione reperibile online. Prezzi modici, centesimali, ma comunque reali e sempre a discrezione dell’editore (quindi anche pari a zero volendo). Se avessi avuto un blog molto specializzato e discretamente seguito in un regime di “paga quel che leggi” avrei potuto scegliere di stare sopra la media di mercato e di far pagare per la lettura dei miei post una cifra superiore: la cifra che avrei ritenuto adatta a sostenere la mia attività, non alienando al contempo il mio pubblico potenziale. In questo caso la pubblicità sarebbe stata un di più, e avrei quindi tentato in prima istanza la via del consenso cercando costantemente di allargare il mio bacino di lettori grazie alla qualità e all’esclusività dei miei contenuti. Null’altro sarebbe veramente contato.

Ma per far sì che questo potesse accadere – ne parlo comunque ormai al passato – sarebbe dovuto entrare a far parte dei meccanismi di base della rete un sistema universale di micro pagamenti. Non un sistema – o più sistemi – creati e commercializzati da singole entità private. Un meccanismo universale, facente parte dei “protocolli” standard della rete capace semplicemente di intermediare la fruizione di un contenuto a fronte del pagamento di una somma in denaro. Un sistema complesso, complessissimo ma fondamentale.

Ci ripetiamo invece che la gratuità della fruizione dei contenuti in rete è sinonimo di libertà, non capendo che questo meccanismo alimenta il sistema.

Sperare oggi che la governance di Internet possa contemplare questa dinamica è pura utopia: il sistema funziona e – salvo alcune eccezioni – serve bene la causa del potere. Dovremmo forse, capendo a fondo il problema, pretendere che tali dinamiche siano presenti nei nuovi sottoinsiemi che la rete sta partorendo. Dovremmo pretendere ad esempio che Facebook non preveda i micro pagamenti solo per comprare giochi o elementi di gioco, ma che estenda questo principio a qualsiasi contenuto, così che il profilo di Facebook possa diventare un luogo dove un piccolo, piccolissimo editore possa esercitare liberamente il suo diritto d’espressione: incluso il fatto di essere pagato per il suo lavoro. Pensateci: se con 700 amici su Facebook chiedeste 5 euro a semestre per seguire la vostra bacheca riuscireste ad avere 7000 euro l’anno. Una cifra forse interessante per voi, che comporterebbe un esborso di meno di due centesimi a settimana per i vostri lettori. Con lo stesso sforzo richiesto al lettore, chi si trovasse ad avere 15 mila amici avrebbe un ingresso di 200 mila euro all’anno – forse sufficienti per offrire un ottimo servizio online. Per ricavare le stesse cifre con introiti pubblicitari, magari derivati dal sistema pubblicitario di Google, avreste bisogno di convogliare sul vostro sito masse oceaniche.

Solo concependo un sistema che permetta a chiunque di monetizzare il proprio sforzo produttivo si potrebbe rivoluzionare davvero il mondo dell’informazione.

Off The Record [PILOT].

Off the Record è uno show di ispirazione radiofonica portato in televisione, dedicato alle testimonianze scomode, ai contenuti di denuncia e alle dichiarazioni rilasciate “a registratore spento”. La puntata pilota “I professionisti del potere” è dedicata all’omonimo libro pubblicato da Chiarelettere.