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15
Jun 07

E’ nato Giulio.

Alle 11:30 di oggi (15 giungo 2007) è nato Giulio, il mio secondo figlio maschio.
Sia lui che la mamma sono in ottimo stato :D

Technorati ,


2
Apr 07

2 Aprile 2007, il giorno in cui è morto il DRM!!

 Wp-Content Emiapplie

E’ con immenso piacere che vi riporto una notizia di fondamentale importanza apparsa in queste ore. Il CEO di EMI (Music) Eric Nicoli ed il CEO di Apple Steve Jobs, hanno annunciato che gran parte del catalogo EMI su iTunes verrà distribuito senza DRM. Il motivo? Tanto è tutto inutile! Testuali parole. L’unica differenza sarà un sovrapprezzo di .30$ a canzone, che porta il prezzo per brano da .99$ a 1.29$.

Ecco fatto, gli scettici sono serviti!

Technorati , , , ,


17
Feb 07

Augmented Reality.

Senza parole.
(per chi non vede il video qui)

Technorati , , ,


29
Jan 07

Ragionando sul futuro della TV.

Il post “Bill Gates: la TV è morta” ha generato una serie di commenti che ho trovato molto interessanti, tanto che ho voluto rispondere con un post. E’ fantastico poter discutere assieme su questi argomenti, non abbiate mai timore di dire la vostra.

Finalmente l’ha detto qualcuno che conta!
[Antonio]

E’ tristemente vero. Ha fatto più questa frase di Gates che milardi di parole spese tra blog, giornali, riviste e libri. Non c’è dubbio però che i segnali che arrivano sono talmente forti da riuscire ad essere percepiti persino qui in Italia. Io credo che la presenza di Internet, questa volta, stia aiutando a capire per tempo cosa inevitabilmente accadrà anche qui da noi.

Oddio, non oso immaginre la confusione e l’ansia che tutte queste dichiarazioni stanno generando presso chi lavora nelle vecchie TV generaliste di flusso. [...] Per i più sadici il parossismo della soddisfazione si consumerà quando il crollo sarà percepito e i balletti della domenica si trasformeranno in trincee in cui consumare il canto del cigno delle più note mummie autoreferenziali.
[Marco Camisani Calzolari]

In Italia i dati di ascolto reggono senza grossi problemi. Gli unici dati preoccupanti riguardano il prime time, che è in netta flessione. E non è poco. La causa già oggi è da attribuirsi prevalentemente alla frammentazione dell’offerta. E la Net TV non è ancora arrivata.

Attenzione però perché bisogna sempre tenere in mente che la Net TV non andrà a sostituire la TV “classica”. Almeno fino a quando le infrastrutture di rete ed il consolidamento del P2P per il Live Streaming non saranno realtà. Per il P2P ci siamo, sull’infrastruttura un po meno. Sta di fatto che la Net TV, secondo me, per diversi anni sarà un arricchimento dell’esperienza TV tradizionale. In particolare prenderà tutta la fetta degli utenti che vorranno vedere la televisione in maniera “non lineare”. Per il “flusso” rimarremo dove siamo.

Ma per dire come cambierà dobbiamo intenderci su cosa intendiamo per televisione:
l’editore
- seleziona (acquista i diritti)/produce contenuti complessi dal punto di vista produttivo (costosi). I contenuti sono “esclusivi” ossia: sono autoprodotti dall’editore o se sono acquistati -in una data finestra temporale- non sono offerti da altri editori
- compone la sua offerta per una fruizione lineare all’interno di un canale il cui brand è tanto più forte quanto più riconoscibile è la sua identità editoriale
[Roberta]

E qui si entra nel discorso dei contenuti e degli editori. La programmazione di una TV di flusso è profondamente differente dal programmare la TV non lineare. Fondamentalmente per un motivo: con il flusso si è imprigionati in un contesto molto limitato, una giornata non dura più di 24 ore, e poco meno di 12 sono le ore “buone” per programmare contenuti TV. Quindi le scelte editoriali sono mirate esclusivamente all’ottimizzazione dello scarso tempo a disposizione. Questo il motivo per cui si cercano sempre programmi “generalisti” in grado di catturare il maggior numero di spettatori possibile. La TV tradizionale è soggetta a questi vincoli, compresa la TV via satellite. In questo caso, è vero, si hanno molte più risorse, tanto che si possono dedicare interi canali ad argomenti molto specifici (vela, caccia & pesca) o addirittura per il “near video on demand”, che tanto “near” non è, ovvero la programmazione multi start dei film. Ciò nonostante, anche in questo caso, si è schiavi del palinsesto.

La Net TV sarà prevalentemente non lineare e distribuita via Internet. Quindi per “magia” le costrizioni del palinsesto svaniscono, e si aprono le meraviglie della lunga coda. Palinsesti virtualmente infiniti, con una capacità trasmissiva senza limiti. Ecco allora che le scelte editoriali per la produzione o selezione dei contenuti devono cambiare. Non si è più costretti ad essere nazional popolari, si possono aggredire le nicchie. L’offerta dei contenuti aumenterà, anche grazie a produzioni “ProAm”. In alcuni casi la qualità scenderà, ma complessivamente il pubblico della Net TV sarà più numeroso di quello che la TV generalista riesce a catturare. Progressivamente, quindi, andremo verso un modello unico di distribuzione. Ma il passaggio sarà graduale.

5 Anni?… Noi gli diamo un 2 anni ancora, ma crediamo che gia’ nel 2008 l’utente sia abbastanza smaliziato da usare e crearsi autonomamente una tv online .
[CoolStreaming]

I continuo a credere che non basteranno 5 anni in Italia perché questa trasformazione risulti evidente. Sono d’accordo che già da quest’anno un primo significativo “movimento” di persone comincerà a marciare deciso verso questa direzione. Ma perché la Net TV possa realmente accadere, abbiamo bisogno di tecnologie invisibili, e di molti contenuti di qualità.

Technorati , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,


5
Jan 07

Venice Project & P2PTV Revolution

 Junejuly2005 Gondola

In questi ultimi giorni è tornato alla ribalta il nuovo progetto di Janus Friis e Niklas Zennstrom, il Venice Project. Un nome senza senso, che fortunatamente verrà cambiato, per un progetto che dichiara di voler far cambiare il modo di concepire la TV alla gente. Da come e quanto se ne sta parlando non c’è dubbio che sia partito con il piede giusto.

Janus Friis e Niklas Zennstrom sono due persone a dir poco esperte nella costruzione di piattaforme per la distribuzione di contenuti e servizi sul web. Nel marzo 2001 crearono il progetto KaZaa diventato in fretta uno dei network P2P più usati dal popolo Internet per lo scambio di qualsiasi tipo di contenuto digitale. Entrato rapidamente in disgrazia per evidenti problematiche legali a causa dell’enorme traffico di materiale sotto copyright quotidianamente scambiato, ha tentato progressivamente di spostarsi verso la distribuzione di materiale legale fino ad arrivare nel 2006 ad un accordo per la distribuzione delle produzioni di Universal Music, Sony BMG, EMI and Warner Music.

Nel 2002 Friis e Zennstrom danno vita ad un altro progetto che vede la luce nel agosto del 2003. Il progetto in questione è il celeberrimo SKYPE, che diventa ben presto il network di Voice over IP più usato al mondo. Anche SKYPE fonda il suo funzionamento sul protocollo P2P, approccio assolutamente rivoluzionario per il settore, garantendo in questo modo una scalabilità dell’intero sistema virtualmente senza limiti a dei costi altrimenti impensabili. Il progetto SKYPE ha un una sorte decisamente più favorevole del suo predecessore tanto da arrivare ad essere venduto nell’ottobre del 2005 al gigante eBay per 1.9 milardi di dollari (ai quali vanno aggiunti 1.8 miliardi opzionati per il 2008) . Dall’operazione Friis e Zennstrom escono con una credibilità alle stelle ed un cospicuo capitale realizzato.

Non contenti dei successi ottenuti i due paladini del P2P vedono per questa tecnologia nuovi campi di applicazione, e decidono di non fermarsi convinti che proprio il P2P sia grado di offrire delle risposte definitive alle problematiche che la nuova, all’epoca solo presunta, evoluzione del web portava con se. Era il 2004 ed i segnali di una imminente rivoluzione legata alla distribuzione del video su Internet c’erano già tutti. I più grandi dubbi erano legati alla capacità dell’infrastruttura della rete di sostenere un salto così importante. Trasferire file pesanti come i video è sicuramente un’operazione ben più onerosa in termini di risorse necessarie rispetto al trasferimento di testi, immagini o file audio. Tecnicamente le strade percorribili erano solamente due, entrambe con gravi problemi. L’Unicast, uno stream per ogni spettatore, con i suoi enormi problemi di scalabilità ed il Multicast, protocollo necessitante di reti appositamente configurate e quindi ad appannaggio dei soli proprietari di network (telecom operator).

Friis e Zennstrom erano ben consci però di quanti file video venivano già all’epoca scambiati in rete grazie al loro prodotto KaZaa (o simili), e per SKYPE si stava già pensando ad un’evoluzione verso le videochiamate. In entrambi i casi senza nessun problema infrastrutturale, proprio grazie al protocollo P2P. Il P2P risolve il paradosso dell’Unicast aprendo le porte della distribuzione del video su Internet, rendendo di fatto tutti gli spettatori anche “trasmittenti” del segnale ricevuto. Negli USA, con la solita capacità di sintesi, questo processo viene chiamato “sheeps shitting grass”, un espressione tanto colorita quanto efficace a racchiudere tutta la logica del P2P: è come se ogni pecora di un grande prato mangiasse l’erba prodotta, come scarto, da altre pecore. In questa metafora il grande prato è naturalmente Internet, dove qualsiasi pecora (gli utenti della rete, detti “peer”) può pascolare liberamente (e quindi scaricare materiale digitale) rendendolo immediatamente disponibile come cibo per altre pecore (altri “peer”).

Il 1 gennaio del 2005 Friis e Zennstrom cominciano le assunzioni per il loro nuovo progetto che chiamano temporaneamente “The Venice Project” finanziandolo di tasca propria con i proventi della vendita di SKYPE ad eBay. Le prime assunzioni, che riguardarono programmatori esperti presi dai principali progetti open source Apache, Mozilla, Ubuntu, e Subversion, accesero subito i sospetti di una nuova avventura P2P dei due ormai conosciuti come i fondatori di SKYPE. Cosa si nasconde dietro il Venice Project lo ha rivelato direttamente Friis sul suo Blog scatenando una incredibile ondata di curiosità e di entusiasmo.

“Cos’è stiamo facendo con Venice? E’ semplice, veramente, stiamo cercando di mettere insieme il meglio della televisione con il meglio di Internet. Pensiamo che la TV sia uno dei più potenti e coinvolgenti mass media di tutti i tempi. La gente ama la TV, ma allo stesso tempo la odia. Si amano le storie appassionanti (a volte), la ricchezza, la qualità. Ma si odia la linearità, la mancanza di scelta, l’assenza di servizi basilari come la possibilità di ricerca. Completamente assenti sono tutti i servizi a cui ci siamo abituati su Internet: tagging, recommendations, scelta e così via. La TV è 507 canali con niente sopra, e noi vogliamo cambiare tutto questo!”.

Project Venice ha aperto il 12 dicembre di quest’anno la sua fase beta riservata a 6000 persone, rivelando anche ai nostri occhi finalmente molti particolari. Si tratta di un client P2P, realizzato sulla tecnologia XULRunner (!!) per Windows, Mac OSX e Linux, in grado di ricevere un numero virtualmente infinito di canali TV trasmessi via Internet. La modalità di visione, come promesso di Friis, è prevalentemente “non lineare”. Un canale è di fatto composto da una serie di clip Video che vengono riprodotte in sequenza quando si accede al canale (molto bello il montaggio di tutte le novità che si ha all’avvio del client). Questo approccio garantisce una esperienza di TV di flusso per chi non ha intenzione di scegliere altro se non il canale, ma consente allo spettatore attivo di poter decidere in ogni momento quale singolo contenuto vedere. Chi vuole quindi può costruirsi un proprio palinsesto, alimentando la lista dei programmi preferiti o durante la visione o cercando nella libreria di contenuti presenti. Molto interessante è l’aspetto sociale del Venice Project: quando si guarda un canale TV è previsto che lo si possa commentare, che si possa chattare con altri spettatori o con la “trasmissione”, che si leggano in overlay i propri feed RSS . Lo “schermo” televisivo viene trasformato in un piano capace di ospitare tutti gli strumenti necessari all’interazione. E’ fondamentale però capire la differenza che Venice porta rispetto ad una “normale” esperienza non lineare di Net TV fatta utilizzando il Podcasting Video da client come iTunes. Con quest’ultimo i file si scaricano localmente senza condividerli, e si guardano quando si è finito il download. Con il client Venice si ha la netta sensazione di vedere la TV perché il flusso video parte immediatamente appena si accede al canale. La riproduzione viene avviata mentre la clip video è in download, regalando un’esperienza utente veramente fantastica che porta il Podcasting Video ad avere la stessa immediatezza d’esperienza della televisione classica. In più, naturalmente, si hanno tutti i benefici della “non linearità” e quindi la possibilità di vedere e rivedere quello che più ci piace quando vogliamo. Il “segreto” di Venice, come si poteva immaginare, è che i file video vengono trasferiti utilizzando il protocollo P2P. In questo modo più spettatori utilizzano il Client migliore è la qualità del servizio: con tanti trasmettitori sparsi nella rete non solo si scarica più velocemente (finché abbiamo banda a disposizione) ma si hanno maggiori garanzie di stabilità del servizio.

Il modello di business prevede due fonti di ricavo: innanzi tutto l’advertising ovvero pubblicità dentro i video e sponsorizzazioni dei canali. Quindi la vendita di contenuti a pagamento, della quale non si sa praticamente nulla anche se Friis ha dichiarato che alcuni contenuti saranno distribuiti protetti da DRM. Project Venice più che avere fornitori di contenuti mira ad avere partner interessati ad utilizzare la piattaforma, con i quali stringere relazioni di reciproca convenienza. Per un broadcaster poter trasmettere a tutto il pubblico della rete senza passare sotto la gogna dei telecom operator, e senza dover investire quantità di denaro ai limiti della sostenibilità, è una opportunità senza precedenti. Mentre per Venice sarà importante avere contenuti di pregio da proporre a chi scaricherà ed utilizzerà il client. Una comunione d’interessi talmente forte, con delle basi talmente solide che rischia fa crollare definitivamente le barriere per la distribuzione dei contenuti TV sul web. Tanti sono già i canali a disposizione ma per il momento tra la “major” solo il gruppo Warner e Channel 4 in UK sembrano aver aderito alla prima fase di sperimentazione, ma non facciamo difficoltà a credere che presto molti altri potrebbero seguire compresi i numerosi produttori “ProAm” che stanno emergendo in questa nuova era di User Generated Content. Due sono le sfide ulteriori che il Project Venice si propone di superare. La prima è legata ai contenuti ad alta definizione, che indiscutibilmente faranno dai traino ad una nuova offerta televisiva di qualità, con un numero di potenziali clienti in forte crescita grazie all’entusiasmo che sta circondando questa nuova tecnologia. La seconda è quella che amo chiamare “la prova divano”. Credo che la Net TV uscirà dallo stadio larvale solo quando riuscirà ad entrare, in maniera semplice e trasparente, dentro i nostri televisori, quando seduti sul nostro divano con il telecomando in mano potremmo indifferentemente scegliere se vedere la TV “classica” o la Net TV, in quel momento inizierà la vera battaglia. Entrambe gli obiettivi rientrano nei piani del Venice Project che dovrebbe uscire ufficialmente nei primi mesi del prossimo anno già con un offerta HD e con sul mercato uno o più “box” in grado di attaccarsi al televisore e ricevere direttamente questa nuova TV.

Il Venice Project però non è l’unico progetto di questo tipo in attività. Pur essendo indiscutibilmente quello che ha attirato il maggior numero di attenzioni si trova già oggi in compagnia di diversi servizi concorrenti. Proprio in questi giorni ho avuto il piacere di provare il nuovo progetto di Silvio Scaglia (Chairman and largest shareholder of FASTWEB) chiamato Babelgum. Purtroppo, essendo il progetto ancora in beta chiusa, non possiamo rivelare più di tanti particolari ma di sicuro Bablegum non si distanzia di molto da quello che abbiamo visto e provato per il Venice Project. Anche in questo caso stiamo parlando di un progetto di piattaforma P2P per la distribuzione di contenuti TV in modalità non lineare, sempre grazie ad un client da scaricare. Diversi canali tematici a disposizione con la possibilità di vedere la TV in maniera “passiva” o di poter scegliere e raggruppare i contenuti di proprio interesse. Anche in questo caso è previsto il superamento della “prova divano”, mentre l’uscita sul mercato è ancora incerta anche se il livello di compiutezza del client che abbiamo provato è tale da far presupporre un lancio non così in là nel tempo. Nessuna indiscrezione invece su chi potrebbe aver già voluto abbracciare questa nuova piattaforma.

Altro progetto è ZUDEO, lanciato in queste settimane. E’ un progetto di Azureus, il più diffuso client BitTorrent sulla rete (130 milioni di client scaricati), che per il momento ha integrato alle funzionalità di download di files P2P anche una “Media Portal” dal quale gli utenti possono scegliere i contenuti video da scaricare. Il portale è diviso in varie aree tematiche in una sorta di guida ai programmi, mentre molti contenuti sono offerti già oggi in qualità HD. Ancora più interessanti sono le evoluzioni previste per questo progetto che ha già incassato oggi l’adesione della BBC come “fornitore di contentuti” (chissà se la RAI “obbligata” dal nuovo contratto di servizio saprà fare di meglio). Ho contattato direttamente Peter Bradley Vice President of Business Development, per avere alcune anticipazioni:

“Nel primo quarto del 2007 Zudeo uscirà dalla fase beta. La versione finale includerà alcune novità come il download progressivo dei contenuti per garantire un’esperienza di “quasi streaming” ma in alta qualità. Nello stesso periodo Zudeo comincerà ad offrire sia contenuti Premium che User Generated Cotent. I nostri contenuti Premium includeranno sia TV Show dai principali broadcaster che Movies dagli studios, e verranno offerti in due formule “acquisto” e “affitto”. E’ previsto inoltre un modello che include l’advertising. Per i DRM useremo Microsoft con geofiltri per proteggere i limiti territoriali dei diritti di visione”.

Oggi Zudeo offre un esperienza decisamente diversa da Venice o da Bablegum, ma le evoluzioni previste lo porteranno ad essere un’altra piattaforma del tutto assimilabile. E siamo a tre. Ma è importante considerare anche tutte le piattaforme commerciali che da tempo esistono per la distribuzione di contenuti P2P, purtroppo tutte affette dal grave problema della scarsa diffusione dei loro client. Uno su tutti è Octoshape che a differenza di tanti altri offre una tecnologia P2P pensata principalmente per trasmettere contenuti in diretta, in netta controtendenza. Ho sentito Stephen Alstrup, CEO di Octoshape, per sapere come l’aveva presa alla notizia che nuove piattaforme potenzialmente concorrenti stavano ottenendo la ribalta:

“La gente dietro il Venice Project ha avuto molto successo in passato grazie all’applicazione P2P SKYPE, dando al P2P molta attenzione positiva. Per questo credo che il Venice Project sarà un grande successo e creerà molta attenzione intorno al P2P. In questo momento Octoshape è la sola tecnologia commerciale a offrire il GridCasting (P2P avanzato) per il live streaming, che rimane il nostro scopo principale. Non essendo il Venice Project focalizzato al live, per quanto ne possa sapere, non vedo il Venice Porject come competitor. Per questo motivo sono solo felice per tutta l’attenzione che Venice Project sta portando a tutto il mercato P2P.”

Non c’è dubbio: questi progetti stanno definitivamente sdoganando il P2P. E’ un duro processo trasformare quello che per anni agli occhi della gente è stato presentato come il “grande mostro”, responsabile di tutti i mali dell’industria dell’intrattenimento, nel salvatore delle patria. Il protocollo che rende sostenibile la distribuzione di contenuti digitali sul web, e che sovverte le logiche feudali dei telecom operator. E’ dura ma ce la si sta facendo. Adesso si è capito che conviene. Per chiudere la nostra panoramica di piattaforme per il P2P video che affiancano Venice Project in questa nuova sfida, ho fatto qualche domanda a Pierlugi Mele CEO di Coolstreaming che il P2P video in Italia lo sta facendo da tempo, e che sa perfettamente quanto sia difficile il processo di riabilitazione. La prima domanda è stata sulle somiglianze tra Venice Project e Coolstreaming:

“Coolstreaming e’ un progetto sempre in fase “beta” poiché il mondo p2p-tv,web-tv anche per noi sta correndo troppo… Sembra strano ma e’ cosi’. Stiamo anche noi cercando di focalizzare un obiettivo preciso ma il fenomeno si sta diffondendo più delle nostre aspettative. Per noi il Venice Project è solamente un altro programma… se contribuisce alla comunità intera ci fa enormemente piacere. Apprezziamo Skype per aver capito l’importanza dell’iptv/videosharing. Comunque vi vorrei segnalare un ottimo p2p-tv per ora disponibile solo in svizzera ma da nostri test promette molto bene: www.zattoo.com”

Ecco un’altra piattaforma e un altro addetto ai lavori contento dell’effetto benefico che il Venice Project sta portando al mondo P2P. Purtroppo Coolstreaming, a differenza di Venice Project, non si può dire che abbia il crisma dell’ufficialità, in Italia è visto solo come piattaforma per vedere il calcio gratis:

“Capiamo benissimo che nel mondo degli “affari” serve l’ufficialità, noi purtroppo non l’abbiamo, non l’aveva neanche Youtube… Ciò che fa paura va sempre combattuto, ciò che destabilizza il sistema da fastidio… per di più fatta da gente che non e’ nata nel sistema ne vi e’ dentro. Noi lo abbiamo sempre ripetuto siamo disponibili a collaborare senza alcun problema, non vogliamo assolutamente affossare nessuno, vogliamo poter discutere liberamente di cio’ che potrebbe essere la tv del domani. Capiamo i problemi dei broadcaster e per questo da parte nostra abbiamo teso una mano verso questo problema. Rispondiamo al DMCA e siamo disponibili in qualsiasi momento a rimuovere “link” a materiale considerato protetto. Abbiamo inserito dei filtri su quei canali che ripetono contenuti criptati in italia e stiamo applicando dei geolock,tutto per far capire il nostro spirito collaborativo.”

Non c’è dubbio che il P2P dia fastidio, ed è questo il suo più grande problema. Inizialmente i più grandi avversari di questa rivoluzione emersa dal web furono le grandi industrie dell’intrattenimento. Oggi questi attori hanno capito che grazie al P2P hanno a disposizione una piattaforma per estendere il loro business nello spazio e nel tempo: palinsesti infiniti raggiungibili dal tutto il mondo, con costi di distribuzione ridicoli. Gli unici veri oppositori rimasti sono purtroppo i telecom operator. Per loro il P2P rappresenta contemporaneamente una doppia minaccia: non solo scardina definitivamente le barriere del MULTICAST aprendo la Net TV alla gente, ma satura contemporaneamente la capacità delle loro reti. Il P2P, si sa, è molto vorace di banda. E’ sorprendente vedere i grafici di consumo di un fornitore d’accesso suddivisi per protocollo: il traffico P2P occupa da solo la stragrande maggioranza della banda. Questo per un telecom operator è un problema, perché impedisce di poter gestire un vero “over booking”. Di norma si vendono offerte ADSL a 4/Mbits sapendo che tanto i consumi dell’utenza saranno discontinui e non cosi sincronizzati, e che quindi mediamente tutti saranno contenti. Ma cosa succederebbe se tutti gli utenti di un telecom operator usassero contemporaneamente tutta la banda a loro disposizione, magari grazie ai super efficienti client P2P? Sono convinto che molti hanno già sperimentato questa situazione di disagio, dove i mega bits ADSL previsti dal contratto diventano pura teoria. Per questo motivo la campagna denigratoria contro il P2P è ancora in atto. Fintanto che sarà considerato un “male” sarà possibile giustificare i filtri per protocollo che in alcuni casi vengono messi in atto. Se il vostro provider improvvisamente taglia tutto il traffico eMule o Torrent, sappiate che nonostante vi vengano comunicate ragioni ufficiali di “prevenzione alla pirateria”, in realtà si sta trattando di un ottimizzazione della scarsa banda a disposizione.

Questo è il problema del P2P. Purtroppo se un telecom operator decide di far andare male (o per niente) una piattaforma P2P lo può ancora fare. Chi ha investito tanti denari in infrastrutture ed offerte IPTV chiuse starà secondo voi semplicemente a guardare mentre il mondo scoprirà le meraviglie del Venice Project? Attenzione perché questo è il rischio che stiamo correndo. E’ su questi temi che il popolo del web deve acquisire conoscenza, per attivare una azione consapevole a salvaguardia della neutralità della rete.

Technorati , , , , , , , , , ,


18
Dec 06

Cos’è la Net TV.

Sta per finire questo anno, che senza dubbio è stato caratterizzato da un rinnovato entusiasmo verso la tecnologia ed il web in particolare. Ci sbilanceremo nelle prossime settimane in una serie di “previsioni” su cosa è più probabile che accada nel corso del 2007, ma per il momento riteniamo più importante fare due passi indietro per cercare di fissare quei concetti che ci aiuteranno a capire meglio quella che sarà la realtà del prossimo futuro.

L’abbiamo già detto: Internet sta cambiando la TV, e lo sta facendo in un modo irreversibile. Ogni settimana un nuovo studio, una nuova ricerca, sottolineano quanto questa rivoluzione sia già evidente nei numeri che si misurano. Le nuove generazione stanno progressivamente perdendo il contatto con la televisione, a favore di Internet e videogiochi. La televisione sta perdendo audience da tempo, sicuramente per colpa delle nuove forme d’intrattenimento che abbondano nel nostro mondo modero, e di un’offerta molto ampia che tende a frammentare il pubblico esistente. Ma sta perdendo spettatori anche per le tipologie di contenuti che propone, troppo ristrette, e la modalità di fruizione che generalmente viene imposta. Molto semplicemente usando la rete come antenna, accendendo la nostra Net TV, abbiamo già oggi una quantità di contenuti tale da poter soddisfare i gusti anche delle più piccole nicchie di spettatori (anche in Italia una minima offerta si sta formando). E con un PC on box dedicato, possiamo goderci la visione dei nostri contenuti preferiti quando vogliamo. Tutto questo sta avvenendo al di fuori delle logiche conservatrici dei telecom operator, che continuano a spacciare per Internet Television, quelle che in realtà sono offerte chiuse all’interno di reti private, dove lo spettatore continua ad essere costretto a sottostare ad un palinsesto ristretto scelto da altri.

Riassumendo schematicamente, i pilastri su cui si fonda la Net TV sono 3:

  1. È aperta, ed ha Internet come antenna. l’IPTV no.
  2. È ricca di contenuti generati da produzioni indipendenti, capaci di soddisfare i gusti anche di nicchie molto piccole. La TV “classica” è di solito generalista, spara quindi sul mucchio cercando di proporre contenuti che vadano bene al maggior numero di telespettatori possibile.
  3. E’ prevalentemente non lineare, ovvero non in diretta. I contenuti vengono di norma selezionati e scaricati usando un PC, per poi essere visti dove e quando si vuole.

Se si comincia a ragionare in questi termini, si potrà vedere come l’industria televisiva ed il mondo del web siano già perfettamente consapevoli che su questi tre punti dovrà essere fondata la strategia del prossimo futuro. Le televisioni devono evolvere, se non vogliono estinguersi, e per far questo devono innanzi tutto capire i temi del cambiamento, farli propri, e costruire un offerta credibile di conseguenza. Questa consapevolezza traspare da 3 interviste che ho avuto il piacere di leggere nelle ultime settimane e della quali riporto di seguito alcuni estratti, per capire con quanta lucidità si stia affrontando il tema. Questo almeno negli USA ed Inghilterra dove l’evoluzione del mercato televisivo e di quello del web, sono evidentemente meno soggetti alle pressioni industrial/politiche che il nostro paese impone.

La prima intervista interessante da analizzare è quella a George Schweitzer, President of Marketing, del network americano CBS:

Quello che stiamo capendo è che la gente, in un mondo di scelte, vuole cose con le quali ha già familiarità, in altre parole la gente vuole ciò che è già un brand. Andranno sempre a cercare prima quello che conoscono, prima di esplorare cose nuove. Questi sono i benefici che un universo multipiattaforma ci dà.

Anderson nel suo The Long Tail, ha sottolineato più e più volte quanto la lunga coda non significhi affatto la morte delle hit. Un successo rimane un successo anche in un economia allargata qual è quella del web. Il traino che viene dato dalle produzioni “di successo” è in ogni caso fondamentale per garantire una base solida a qualsiasi iniziativa di distribuzione digitale. iTunes senza U2, Madonna e Coldplay non sarebbe diventato un caso di successo generando poi quella caccia ai contenuti di nicchia che è stata misurata e che continua ad espandersi.

Certamente tutto ciò ci pone dentro una sfida, dove noi non abbiamo più il controllo del palinsesto. Non siamo più in un mondo dove abbiamo gli spettatori che guardano un determinato show alle otto, un altro alle nove ed il prossimo alle dieci. L’esperienza di visione della TV sta diventando progressivamente “non lineare” a causa delle diffusione dei DVR. Non si ha la necessità di essere a casa quando uno show viene trasmesso, per riuscire comunque a vederlo. Non si è più obbligati a vederlo seguendo il nostro palinsesto. Ed è possibile vedere qualcosa su un altro netwrok mentre si sta registrando qualcos’altro sul nostro.

Recenti studi dimostrano che chi ha un registratore digitale, chiamatelo PVR, DVR o come volete, spende oltre il 40% del suo tempo televisivo guardando contenuti registrati. Oggi la scarsa diffusione dei PVR, qui da noi, è prevalentemente causata dall’alto costo che questi apparecchi hanno, e dall’assenza di una Guida Elettronica ai Programmi (EPG) di “sistema” capace di dare ai PVR la base su cui lavorare. In ogni caso la non linearità della fruizione televisiva è un fatto: chi può farlo tende a farlo. E con il web questa sarà la modalità prevalente.

La seconda intervista è a Mr. Van Toffler, MTV President MTV, che per il prossimo anno ha annunciato una serie importante di investimenti mirati a rivoluzionare la presenza online del network preferito dalla giovani generazioni. Alcuni siti di MTV rimarranno strettamente legati alle tramissioni di successo altri verranno invece concepiti ad hoc per catturare nuovi interessi.

La bellezza del web è che ci sono delle barriere minime d’ingresso. Non costa poi cosi tanto attivare dei siti. I quali possono vivere per tutto il tempo che si vuole e tu puoi costantemente aggiornarli, che sia una riproposizione dei contenuti TV, video, o testi verso i quali la nostra audience abbia espresso interesse, interesse che non sempre riusciamo a soddisfare in TV. Potrei non essere in grado di trattare la spiritualità su VH1 o MTV, ma abbiamo un modo per far si che persone con interessi simili possano connettersi gli uni con gli altri a creare le loro micro comunità.

La televisione “classica” vive in un contesto di risorse scarse. Le frequenze sono poche, molto care e fortemente contese. Di fatto non molti canali possono permettersi di trasmettere su scala nazionale. Ma soprattutto le nostre giornate non contano più di ventiquattro ore, delle quali solo 4/5 sono particolarmente significative per una TV. Questo significa che i palinsesti, anche quelli satellitari, non possono che essere concepiti intorno alla necessità di sfruttare al meglio il poco tempo a disposizione, proponendo contenuti che possano piacere alla “maggior parte” delle persone.

C’è una grande quantità di siti dedicati alle nicchie sul web. Non se ne parla perché ci sono siti come YouTube e MySpace che hanno decine di milioni di utenti unici. Ma se si aggrega un numero consistente di piccoli siti, focalizzati su interessi “speciali”, intorno agli interessi della nostra audience, come ad esempio la culture dello skating, del tuning delle macchine…

Ecco allora che la scarsità di risorse del “mondo reale”, quello fatto di atomi, magicamente svaniscono entrando nel mondo dei bit. La rete permette alla TV di avere un palinsesto virtualmente infinito dove ogni nicchia può avere un suo spazio. E, come Anderson ha mostrato nel migliore dei modi, è l’aggregazione a fare la forza.

L’ultima intervista è quella a Steve Olechowski uno dei fondatori di Feedburner, che notoriamente è il servizio online più utilizzato per la distribuzione di feed RSS. Sappiamo che il Podcasting è di fatto un feed RSS, che porta a corredo degli “allegati multimediali” come file Audio o Video. Parlare di Podcasting Video significa riferirsi a quello che ad oggi sembra essere lo standard per eccellenza per la distribuzione di contenuti video per la Net TV.

Certamente penso che ciò che abbiamo visto con iTunes, Yahoo e con altri grandi motori di Podcasting è che stanno cominciando a fare affari con alcune della grandi Media Companies per distribuire show televisivi usando l’RSS, e certamente prevedo che questo accadrà molto presto, che ci saranno dei feed di show TV ai quali la gente potrà “sottoscriversi” invece di essere obbligata a stare di fronte alla TV alle 9 di sera del giovedì, la gente dirà “datemi un feed, mi aspetto una nuova puntata alle 9 di sera del giovedì, ma se avrò altro da fare lo potrò sempre vedere dopo”.

Uno dei passaggi fondamentali, che vedremo nel 2007, sarà portare il Podcasting direttamente all’interno dei nostri televisori, cosi che l’esperienza dello spettatore possa essere praticamente identica a quella che si ha con un PVR. Ma questo significa che oggetti come il TiVo sono destinati a morire?

No, il TiVo non è obsoleto: TiVo è alimentato da un feed, che non è nel formato RSS, ma in futuro non sarei sorpreso se lo fosse, e che questo diventi il modo con cui i content provider distribuiranno i loro contenuti alla gente, al posto di utilizzare il “cavo”.

Queste le tre testimonianze autorevoli che confortano a pieno il nostro punto di vista su cosa la Net TV sarà. E’ interessante vedere come i grandi attori americani ed inglesi siano già da tempo a lavoro su queste tematiche, nella consapevolezza che questo futuro non può più essere ignorato. Qui da noi, gli unici tentativi di ibridazione tra TV e web che abbiamo potuto vedere, sono degli abomini senza ne capo ne coda, che tentano di conservare le vecchie logiche televisive anche sul web. Tutto il resto è fumo negli occhi, IPTV in testa. Varrebbe forse la pena prendere un po più sul serio questo fenomeno e cominciare a dedicare un lavoro concreto sul tema, favorendo il più possibile la sperimentazione. Sarebbe bello, in tutto ciò, che anche “dal basso” cominciassero ad emergere delle iniziative soprattutto per quanto riguarda la produzione di contenuti Net TV in lingua italiana. I primi tentativi che si vedono sulla rete sono fiacchi, privi di un vero spirito innovativo e, molto spesso, lontani da una vera idea propositiva. Scimmiottare quello che accade in altre nazioni non è una buona idea. Se è pur vero che viviamo in un epoca di “format globali” è altrettanto vero che ogni nazione, ogni popolo, fa storia a se. Ed essendo la Net TV prevalentemente la TV delle nicchie sarebbe importante cominciare a capire come i nostri produttori indipendenti, ed i “ProAm”, voglio coinvolgerci all’interno di questo nuovo mondo. C’è tanto da fare, interessanti opportunità si stanno aprendo, forza e coraggio.

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Dec 06

1080p Alta Definizione.

HD vs SD

Sapete cos’è la TV ad Alta Definizione? Siete sicuri? Attenzione perché se non avete un quadro chiaro sull’argomento rischiate di fare brutti affari per Natale, magari comprando un nuovo televisore nella speranza che sia il “massimo” ritrovandovi poi con un prodotto già vecchio o, ancor peggio inutile.

Credo che tutti sappiano rispondere di base alla domanda su cosa sia l’alta definizione. Avere una definizione più alta significa vedere o percepire meglio quello che ci viene presentato. E’ vero per qualsiasi cosa: libri, foto e per i video. Quindi sE ci viene chiesto cosa sia una televisione ad alta definizione la prima risposta istintiva è: “una televisione che si vede meglio”. Ed è questa semplice associazione che ha ingannato molti, permettendo ai produttori di televisori, e ad i venditori di fumo in quasi tutti i negozi di elettrodomestici, di vendere alla gente niente più che un sogno. Si, perché la vera verità è che di alte definizioni ne esistono più di una e, soprattutto, che per vedere meglio non basta avere un adesivo con scritto HD appiccicato sul televisore. Cerchiamo di capirci di più, facendo chiarezza su quello che è veramente l’alta definizione e provando a tracciare uno scenario evolutivo per questa tecnologia.

Alta definizione, innanzi tutto, significa veramente vedere meglio. La nostra TV ha sempre trasmesso da 50 anni a questa parte in una risoluzione chiamata 576i, ovvero con 576 linee mostrate sul nostro televisore in modalità interlacciata (da cui la “i”). Per capirci per “interlacciata” si intende una immagine che si compone dalla sovrapposizione rapidissima di due differenti “piani”, uno contenente solo le righe pari e l’altro le righe dispari. Sovrapponendoli rapidamente si ha l’impressione, netta ed inequivocabile, di una unica immagine in movimento. Alternativamente una immagine può essere trasmessa anche in modalità cosiddetta “progressiva”, ovvero tutta d’un pezzo e quindi non spezzata in due piani ma trasmessa di seguito, progressivamente. Non voglio scendere oltre nei dettagli tecnici dei sistemi di trasmissione TV. Basti sapere che a parità di risoluzione “progressivo” è meglio di “interlacciato” come resa qualitativa dell’immagine. La nostra televisione quindi viene trasmessa in modalità 576i con una risoluzione che corrisponde a 720 x 576 pixel. E fin qui siamo al “classico”. Passando all’alta definizione le cose si complicano perché ci sono ben 3 formati commercialmente noti.

dvd hd sd

Due purtroppo sono stati appiattiti dentro il poco chiaro, ma molto noto marchio “HD Ready”. La quantità di televisori che riportano la scritta “HD Ready” è ormai elevatissima. Ma che significa “HD Ready”? Pronta per l’alta definizione: chi compra si aspetta quindi di avere un tv color capace di ricevere e visualizzare un segnale di migliore qualità. Bisogna fare attenzione perché l’HD Ready deve supportare la modalità 720p (dove “p” sta per progressivo) e può supportare la modalità 1080i. Può supportare perché non è detto che lo faccia: non tutti i televisori hanno questa seconda opzione, anche se generalmente è presente. Attenzione perché anche qui l’apparenza può ingannare: tra la modalità 720p con risoluzione a 1280 x 720, e quella 1080i con risoluzione 1920 x 1080, c’è una grande differenza. Come abbiamo già detto però la modalità “progressiva” è meglio di quella “interlacciata” e per certe tipologie di contenuti, tipo lo sport, vedere in modalità 720p è preferibile che veder in 1080i. Ecco perché le due modalità sono state accoppiate, perché in realtà sono parte di una stessa famiglia di “quasi HD”.

HD vs SD 2

Si perché il vero significato che bisognerebbe dare al termine “HD Ready” è di “Quasi HD”. L’alta definizione, quella vera, quella che si vede bene, è un altra e si chiama 1080p o “Full HD”. La modalità 1080p è una risoluzione 1920×1080 in modalità progressiva. Il massimo che si possa avere. E l’HD 1080p è veramente impressionate. Vedere un contenuto girato e trasmesso a 1080p su un tv color predisposto è veramente un’esperienza nuova di televisione. Ma la vera HD non può essere vista sui televisori “HD Ready”. Forse quell’etichetta, quella definizione è stata data con un occhio più rivolto al marketing che ai consumatori. Il popolo degli acquirenti dei Plasma o LCD 42 o 50 pollici “HD Ready” come si sente adesso che sa che l’alta definizione è un’altra cosa? Per capire meglio la grandissima differenza tra le varie modalità basta fare attenzione al numero di pixel che riescono a rappresentare, il vero fattore discriminante:

720p = 922,000 pixels / frame
1080i = 1,037,000 pixels / frame
1080p = 2,074,000 pixels / frame

Come si vede le due modalità 720p e 1080i sono molto vicine per numero di pixel espressi, mentre il 1080p è veramente un altro mondo. Attenzione questo non significa che i televisori “HD Ready” siano tutti da buttare. La realtà forse è drammaticamente un’altra: i televisori HD oggi non servono praticamente a niente. Per vedere in HD è necessario avere una sorgente HD, altrimenti siamo sempre alla vecchia cara risoluzione. Di sorgenti potenziali HD ce sono tre.

Chart HD

La prima è il broadcasting, la televisione che viene trasmessa. Ci sono quindi i DVD ed infine i videogiochi. Partiamo da questi ultimi, parlando naturalmente delle console cosiddette “next gen” ovvero ultime nate, ad oggi l’unico vero grande motivo per passare ad HD. La PlayStation 3 supporta l’HD a 1080p, sia per i film che potremo vedere con il lettore Blu-Ray, sia per i videogiochi. Anche l’XBOX 360 supporta il full HD grazie ad una patch Microsoft, mentre il Nintendo Wii addirittura si ferma al 576i o in alternativa 480p. Quindi per per i prossimi 5 anni, solo i fortunati possessori del XBOX 360 e della costosissima e lontana a venire PS3 potranno godersi il 1080p. Per gli amanti della Nintendo c’è da aspettare la prossima generazione ancora. Per quanto riguarda invece i nuovi DVD, che stanno provando a proporre alle masse, sia il formato HD DVD che il Blu Ray supportano il 1080p, cosi come tutti gli altri formati HD. Peccato che non tutti i lettori supporteranno il 1080p, ma soprattutto che la ancora grande incertezza che circonda questi due standard e la scarsità di titoli sul mercato offrano rarissime occasioni per avere materiali di qualità da dare in pasto ai super plasma.

Molto più interessante è invece la questione dell’alta definizione legata al broadcasting.

Anche se la prima vera alta definizione, che nasce in Giappone negli anni ‘80, era analogica la nostra cara vecchia TV non potrà mai regalarci l’HD: rimarremo sempre a 576i. L’unica possibilità di andare in HD è passare al digitale: Satellite, Digitale Terrestre o, naturalmente, Net TV. Partiamo dal satellite, l’unica vera offerta esistente. In Italia satellite è quasi solo sinonimo di SKY che non ha mancato di aggiornare la sua offerta per fornire, per il momento, solo quattro canali in alta definizione: sport, national geographic, cinema, e un nuovo canale chiamato Next. Per ricevere questi canali l’abbonato SKY deve pagare un supplemento e prendere il set-top-box HD che supporta esclusivamente segnali in modalità 720p e 1080i. Niente full HD quindi, che comunque non sarebbe possibile avere per la maggior parte dei contenuti televisivi. Anche quelli importati dagli USA, pur oramai girati da tempo direttamente in 1080p, vengono distribuiti al massimo in modalità interlacciata. L’altra grande piattaforma che in Italia potrebbe distribuire l’alta definizione è il tanto chiacchierato Digitale Terrestre. Se ci si pensa d’altra parte una trasmissione DTT non è altro che un flusso dati digitale a 24Mbs, un’ampiezza di banda più che sufficiente per l’HD, non però senza conseguenze. Un esperimento interessante in questo senso è stato fatto in Inghilterra nello scorso mese di giugno durante i Campionati del Mondo di Calcio. Nell’area di Londra sono state trasmesse tutte le partite dei mondiali in alta definizione su un segnale digitale terrestre. Sono state a questo scopo selezionate 450 famiglie alle quali è stato fornito uno “speciale” set-top-box ADB, in grado di ricevere un segnale codificato con l’ultimo nato tra gli algoritmi di compressione video l’H264. E’ stata scelta questa soluzione perché il tema dell’ottimizzazione della banda è centrane nel cercare di ricavare dal digitale terrestre un offerta HD. Per il test londinese è stata affittata per la durata di 1 anno una nuova frequenza terrestre interamente dedicata allo scopo. Ben 20Mbits sono stati infatti utilizzati per le trasmissioni, effettuate in varie modalità per provare la risposta del pubblico. Si è andati dai 19.5Mbps per una trasmissione in modalità 1080i (1440×1080) arrivando a 14.3Mbps per una trasmissione in modalità 720p (1280×720). La risposta del campione è stata molto positiva. Oltre il 70% dopo aver provato l’esperienza ha definito l’alta definizione un pezzo importante per la televisione del futuro. Peccato per l’enorme richiesta di banda. Anche con trasmissioni codificate in MPG4 H.264 non si è riusciti a scendere oltre il 14Mbs, la qual cosa rende molto poco probabile l’avere più di un canale ad alta definizione per ogni multiplex. La situazione italiana, purtroppo, è ancora più preoccupate perché tutti i set-top-box presenti in italia sono in grado di decodificare esclusivamente segnali codificati nell’ormai obsoleto MPEG2. Come è noto l’MPEG2 ha un capacità di compressione nettamente inferiore al suo rivale più giovane. In modalità 1080i l’MPEG2 arriva a saturare quasi tutta la banda di una singola frequenza DTT, mentre come abbiamo visto con l’MPEG4 si può arrivare quasi a due canali. Il digitale terrestre si trova quindi in Italia stretto in una morsa particolarmente pericolosa: come piattaforma digitale potrebbe essere una eccezionale alternativa al satellite per offrire programmi ad alta definizione, trovando quindi un altro razionale molto importante a giustificare la sua esistenza. Purtroppo l’attuale sistema trasmissivo ed il parco box in circolazione renderà molto difficile la partenza di canali HD, che andrebbero pericolosamente a rosicchiare capacità trasmissiva alla reti “canoniche”. E’ un po un cane che si morde la coda: la scarsezza di telespettatori “HD Ready” non permette al DTT di giustificare un passaggio così importante. L’assenza di offerta, d’altra parte, limita fortemente gli acquisti.

Ultima piattaforma che può offrire un’offerta ad alta definizione è quella della Net TV, la nostra preferita. In questo caso dobbiamo considerare la Net TV solo nella sua accezione “non lineare” e quindi per un tipo di fruizione “on-demand” del contenuto. Il Podcasting Video è l’esempio più emblematico di Net TV. In questa modalità lo spettatore non vede “in diretta”, ma sceglie cosa vuole vedere e lo scarica o, meglio, si abbona al Podcast Video per ricevere in automatico tutte le nuove puntate trasmesse. Contenuti di questo tipo possono essere distribuiti in alta definizione. La Apple, ad esempio, già distribuisce per la maggior parte dei trailer cinematografici una versione HD, spesso in modalità 1080p. Sono pensati per essere visti con un PC, con QuickTime 7 in grado di decodificare MPEG4 H264, e prevalentemente su un monitor di computer che ormai hanno una risoluzione full HD, se non superiore. Lo spettacolo, per chi lo può vedere, è veramente entusiasmante. E’ ragionevole pensare che anche il prossimo nascituro iPod per la TV chiamato per ora iTV, che Apple farà uscire nei prossimi mesi, abbia oltre la già nota porta HDMI anche il supporto a livello software per H264, e per l’HD. Questo potrebbe portare con grande rapidità molti contenuti distribuiti in rete in HD direttamente ad essere visualizzati sui super plasma 1080p. Qualcuno, naturalmente, sta già provando a montare sopra questa nuova opportunità un modello di business. Dal servizio online Liberated Films, una sorta di YouTube dedicata ai cortometraggi, gli utenti possono vedere gratuitamente ma in “standard definition” i film presenti. Chi vuole godersi l’alta definizione deve pagare. Tante invece cominciano ad essere le offerte di contenuti digitali in alta definione, ai margini però della Net TV. La Microsoft ad esempio con il suo Live! Marketplace permette da questo mese di comprare online film da scaricare e vedere direttamente sul XBOX 360. Qui l’HD come sappiamo può arrivare a 1080p ma con l’XBOX il mondo dei Podcasting Video è precluso. Channel 4 in UK con il servizio 4oD, Wal-mart negli USA, fino ad arrivare ad iTunes di Apple, sono tutti servizi di download di contenuti digitali che offrono un alternativa HD per alcuni titoli.
Che siano contenuti generati dagli utenti, o da piccole produzioni, o blockbuster distribuiti dai grandi nomi, comunque la rete sembra essere una piattaforma molto promettente proprio per far decollare l’HD. Paradossalmente è la piattaforma che ha meno problemi di banda. Il progressivo passaggio all’utilizzo del protocollo P2P anche da parte “della major” della distribuzione online garantirà a questa piattaforma una capacità trasmissiva senza eguali.

Sarà interessante vedere come ed in che tempi evolveranno questi scenari. Per il momento, per questo Natale, la scelta forse più saggia è quella di rimanere a guardare.

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27
Nov 06

Chiudiamo tutto.

google logo

Avrete sicuramente letto la notizia del video del bambino down picchiato da un gruppo di coetanei. Forse avrete visto anche il video. E della reazione della giustizia italiana che ha indagato Google Italia, minacciando il blocco dei server. Sapete che Google Video, come anche YouTube e tanti altri, è un servizio web dove chiunque può inviare i propri video. Basta avere un PC e una connessione Internet per diffondere in tutto il mondo ciò che si è “girato”. Oggi d’altra parte tutti i telefonini moderni hanno una video camera, con cui è veramente facile riprendere in qualsiasi momento quello che ci sta accadendo. E poi un PC, Internet e boom! siamo in “onda” in tutto il mondo. E Google Video che fa? Accetta praticamente tutto. Filtra fuori solo i contenuti osceni, dai nudi alla pedofilia. Per il resto: tutto è dentro, perché non si possono guardare tutti i video inviati. Sono troppi. C’è troppa gente che gira video con i telefonini e li pubblica. E poi come si fà a decidere cosa pubblicare e cosa no. Google non è un giornale o un telegiornale. Google Video è un servizio libero, aperto, gratuito. Non ha un editore, un controllore, un censore.

E allora è giusto: chiudiamo Google Video! Impediamo che certe scene circolino libere per la rete, preda di chiunque voglia vederle. Però a ben pensarci chiudere solo Google Video non basta. Ci sono tanti servizi simili. E poi comunque la rete è troppo grande ed è troppo facile condividere informazioni (pensate ai blog!!). Allora facciamo così: chiudiamo anche la Rete! Non pensiamoci più e risolviamo finalmente questo gravoso problema. Certo è che però rimarrebbero sempre questi maledetti cellulari. Messaggi segreti via SMS, canzoni e foto scambiate direttamente da un telefono all’altro. E poi sempre quelle maledette video camere incorporate. Si, dovremmo andare fino in fondo: chiudiamo i Cellulari! Indaghiamo NOKIA, MOTOROLA, SONY, … blocchiamo le loro produzioni. Non possiamo tollerare più tutto questo. Attenzione però: non dimentichiamoci che “i giovani” possono sempre infilarsi nel tunnel dei video giochi violenti. Orrore e raccapriccio. Anzi, visto che ci siamo, grazie PANORAMA per aver dedicato una intera storia di copertina due settimane fa al gioco “dove si deve seppellire una bambina viva”. E già, dobbiamo andare fino in fondo: chiudiamo i Videogiochi! Sequestriamo le consolle, bruciamo i game boy.

E se qualcuno si azzardasse a guardare la TV che facciamo? Vogliamo rischiare che “i giovani” vedano MTV o qualche altro canale alternativo? Direi di no: chiudiamo la TV! Sequestriamo i broadcaster. Mi direte: qualcuno, molto pochi, potrebbe ancora voler leggere un libro. Quei contenitori trasportabili di storie perverse ed oscene, che mettono in testa strane idee: chiudiamo i Libri! A già! i film! C’eravamo dimenticati dei film: pornografia autorizzata, istigazione a delinquere, violenza e sesso. Non c’è dubbio: chiudiamo i Film! Radiamo al suolo Hollywood e “Cinecittà“. E per finire in bellezza: chiudiamo le Radio! Non le vogliamo più sentire tutte quelle canzonette oscene, tutti qui commenti di comici ed opinionisti. Basta!

Ma si basta! chiudiamo veramente tutto.

Spegniamo il mondo, con le sue sovrastrutture ed i suoi eccessi e lasciamo finalmente i genitori davanti ai loro figli. Facciamoli guardare gli uni negli occhi degli altri, creiamogli il silenzio ed aspettiamo. Osserviamo i genitori cosa faranno quando soli, senza più scuse e finti perbenismi, dovranno spiegare il senso di tutto questo. Quando dovranno riempire le giornate dei loro figli senza più rincoglionirli davanti alla playstation o ipnotizzarli davanti alla TV.

Chiudiamo tutto ed aspettiamo, in silenzio.

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13
Nov 06

Crisi Mobile

dvb-h

Se il buon giorno si vede dal mattino possiamo essere sufficientemente tranquilli nell’affermare che il Il DVB-H non avrà un grande futuro. Almeno non per come è stato concepito fin d’ora. Come sta andando l’offerta italiana? Male, non c’è che dire. Numeri ufficiali non ce ne sono (e li vorremo tanto avere) ma da indiscrezioni che trapelano la tv digitale in mobilità non ha fatto breccia nel cuore della gente. Questa volta neanche il calcio è riuscito ad aprire i portafogli degli italiani, eppure l’accoppiata con il telefonino sembrava veramente irresistibile.

C’è da cominciare a chiedersi cosa c’è che non va nelle strategie dei mobile operators e come potrà evolvere lo scenario futuro dei contenuti digitali per la mobilità. E’ una riflessione che ci riporta a parlare di Net TV perché nella nuova televisione che sta emergendo dalla rete è già connaturato il principio della mobilità. Il terreno di scontro nel quale si gioca la partita della Net TV è popolato da un numero incredibilmente alto di attori, tutti di grande peso. Da una parte ci sono i telecom operator che offrono il servizio fondamentale per la Net TV ovvero l’accesso alla rete. Un primo livello che tutti gli utenti devono superare se vogliono entrare nel mondo di Internet. Le telecom che stanno rapidamente ed inesorabilmente perdendo profittabilità delle loro offerte voce vogliono sfruttare il vantaggio di essere i primi in ordine d’importanza nella filiera dell’offerta Internet per cercare di vendere ai loro clienti nuovi servizi a valore aggiunto. D’altra parte è innegabile che chiunque prima di essere un cliente SKYPE, Amazon, eBay o iTunes è prima di tutto un cliente Alice, Fastweb, Tiscali, etc. Ecco allora che proprio Alice, Fastweb, Tiscali etc. hanno incominciato a proporre ai loro clienti offerte IPTV con formule ad abbonamento o PayPerView. Questa è esattamente la forma di IPTV chiusa, legata per l’appunto ad un telecom operator, che probabilmente è destinata a soccombere. Pensandoci bene cosa può fare un utente con una connessione Internet? Può telefonare gratuitamente usando SKYPE, scaricare gratuitamente musica di artisti emergenti da MySpace e tanti altri siti, guardare gratuitamente la TV da centinaia di Video Blog indipendenti, e ancora giocare, comunicare, lavorare etc. Tutto questo solo avendo una connessione Internet, possibilmente che abbia una banda sufficientemente larga da garantire un esperienza veloce. Non una particolare connessione, ma qualsiasi connessione. Ecco allora che la scelta del fornitore d’accesso non potrà che essere sempre e comunque legata alla ricerca del minor costo, ed ecco quindi perché le offerte di connettività non potranno che scendere costantemente nel tempo. Non è importante con chi accediamo, basta accedere e tutto il mondo dei servizi Internet è a nostra portata. Nel mondo mobile il ruolo di fornitore d’accesso alla rete lo hanno i Mobile Operator, che soffrono dello stesso problema dei telecom operator “fissi”. Le offerte per la voce hanno ormai perso il loro valore, si cerca quindi di trovare nuovi servizi da poter vendere agli utenti cercando di sfruttare anche qui il fatto che i clienti in prima istanza sono clienti TIM, Vodafone, Wind, etc. Quali contenuti e servizi a valore aggiunto hanno inventato allora i mobile operator per i loro clienti? Sempre gli stessi: video, musica, giochi e TV. Peccato che nessun operatore era dotato dell’infrastruttura necessaria per servire questo tipo di contenuti. Poderosi investimenti sono stati quindi fatti per acquisire le licenze UMTS e per mettere in piedi la nuova rete. UMTS sembrava il nuovo eldorado del mobile: una rete dati ad “alta velocità” grazie alla quale si spalancavano le porte della distribuzione digitale. Peccato per la velocità rivelatasi poi non cosi “alta” e, soprattutto, per i costi per l’utente finale. Si è quindi abbracciata con entusiasmo la tecnologia DVB-H: televisione digitale in mobilià. Anche qui investimenti importanti per creare o comprare una nuova rete trasmissiva. Ancora una volta peccato per i costi per gli utenti finali che evidentemente non sono dotati di capacità infinita nell’addizionare spese da 30 euro al loro bilancio mensile. Tutte queste grandi manovre e pesanti investimenti per andarsi ad infilare nello stesso terreno dove stanno già battagliando in troppi.

Cosa è successo infatti mentre i mobile operator compravano licenze, costruivano reti ed ampliavano la loro offerta? Che Internet ha cominciato a diffondersi. La gente si è trovata in tasca oggetti come l’iPod nei quali ha potuto “caricare” tutti i contenuti presi dalla rete. Musica, foto, giochi, video, etc. Sempre più spesso negli ultimi anni ci si è trovati con in tasca due oggetti molto simili: il telefono cellulare e l’iPod e ci si è chiesti il perché di questo spreco di spazio: un solo oggetto è più che sufficiente. Ed è a questo punto che è cominciata a crearsi la “grande anomalia” che sta sconvolgendo questo settore. I Mobile Operator vogliono vendere direttamente ai loro clienti i contenuti digitali. E’ l’unico modo che hanno per rimanere profittevoli. I contenuti digitali comprati dai Mobile Operator soffrono però di un grave problema: costano molto. Per averli dobbiamo generalmente avere un telefono celluare adatto, essere clienti di un operatore, e pagare il contenuto che ci interessa. Di contro su Internet per avere la stessa tipologia di contenuti ci basta una connessione ed un PC. In più via Internet possiamo scaricare molti contenuti non pagando: al di là dello strabordante fenomeno del download illegale c’è tutta la massa di contenuti effettivamente gratuiti che chiunque può scaricare. Una volta sul proprio PC questi contenuti possono prendere la via della mobilità con grande semplicità. Con o senza cavo il trasferimento sul telefono cellulare o sul iPod è un operazione semplice e veloce. Spesso addirittura automatica, senza che ci debba ricordare di “sincronizzare” i due mondi. Perché allora un utente dovrebbe spendere di più per comprare gli stessi contenuti dal cellulare quando può scaricarli da Internet e trasferirli? Semplice: per nessun motivo!

Questo principio ha trovato una emblematica rappresentazione del caso del Motorola RCKR, il telefonino della motorola nel quale è stato “incorporato” un iPod. Studiando questo caso si capisce perfettamente dov’è l’anomalia. Nel 2004 la divisione Motorola per i telefoni cellualri fece un accordo con Apple. I telefoni Motorola vendevano male, ed il RAZOR non era ancora arrivato. Per risollevare le proprie sorti l’azienda americana decise di incorporare in un suo telefonino la moda del momento, niente meno che l’iPod. Apple, all’epoca ancora incerta sulle strategie mobile, diede in licenza il suo software. Il telefonino usci dopo quasi un anno di lavoro e di contrattazioni nel settembre del 2005. Fu un fallimento totale. Perché? Eppure incarnava esattamente il sogno di “convergenza” che tutti aspettavano: con il RAZOR si liberava un posto in tasca. La chiave per capire l’insuccesso di questa operazione è inserire nell’analisi un terzo attore, il più importante. Il RCKR fu commercializzato come parte di un offerta del operatore mobile americano CINGULAR WIRELESS. Passare per un operatore mobile è tappa obbligata per chiunque voglia vendere telefoni cellulari: in quasi tutti i principali paesi dove la telefonia cellulare è più diffusa la maggior parte delle vendite dei telefonini avviene all’interno delle offerte degli operatori mobili. Anche il RCKR ha dovuto chinare la testa e passare sotto questa gogna e non senza subire pesanti conseguenze. L’iPod integrato nel telefonino Motorola ha perso magicamente la possibilità di ricevere file musicali direttamente dal PC. Gli infelici possessori del RCKR si sono trovati a dover scaricare *per forza* i brani musicali usando la rete CINGULAR. Un chiaro esempio di quella che è sempre stata la politica dei Mobile Operator per la distribuzione di contenuti d’intrattenimento digitali.

Ed il DVB-H? Qualcuno potrebbe obiettare che con il DVB-H si vede la TV di flusso: la diretta, formula evidentemente non compatibile con il “download” di contenuti. Quindi il DVB-H ha un senso molto specifico: consente di vedere tutti qui contenuti che necessita di esser visti in diretta. Quali sono questi contenuti? La gente ha avuto a disposizione la TV in mobilità più o meno dagli anni settanta. La qualità del segnale video è stata sempre molto scadente, mentre non c’è alcun dubbio che la nuova televisione mobile ditale è veramente un altro pianeta. Ciò nonostante se un contenuto in diretta è così irrinunciabile la gente avrebbe di sicuro cercato di vederlo anche in passato nonostante la scarsa qualità. A parte qualche momento di euforia e rari casi di cultori del pic nic particolarmente attrezzati, la TV in mobilità non è mai stata utilizzata da nessuno. E, mi dispiace, non perché si vedesse male ma perché proprio non se ne è mai sentita l’esigenza, men che mai oggi che è diventato addirittura un servizio pagamento. Ciò che invece sta emergendo sempre con maggiore evidenza è l’abitudine a vedere i contenuti nella cosiddetta modalità “non lineare”: quando si ha tempo si manda in visione quello che si è scaricato/reggistrato. Questa esigenza è particolarmente vera in mobilità dove chi si sposta non può sottostare ai tempi rigidi di un palinsesto. Quando ci si muove non si sa di solito a priori quando si avrà tempo per vedere un contenuto. Ecco allora che usare il DVB-H per trasmettere delle dirette ha molto poco senso. Più logico è invece proporre delle piccole pillole di contenuto in “heavy rotation” così che l’utente abbia modo in qualsiasi momento di visualizzare delle brevi clip. E’ talmente evidente che questo è esattamente il modo in cui è stata strutturata l’offerta di contenuti oggi per il DVB-H. Ma se sul DVB-H ha poco senso trasmettere delle dirette, che senso ha il DVB-H? La formula delle clip video a breve durata esiste già ed ha nel download la sua formula ideale. Scarico quello che voglio dalla rete ad una frazione del costo e lo vedo quando voglio “on demand”.

Crollata la Voce, l’UMTS ed a breve il DVB-H cosa rimarrà in mano agli operatori mobili per tenere i propri clienti all’interno del loro piccolo mondo antico? Il rischio è che non gli rimanga neanche più la possibilità di vendere l’accesso alla rete. Il WiFi è ormai una realtà, con un livello di diffusione molto alto. Nelle grandi capitali mondiali la copertura nelle zone centrali delle città è praticamente totale. Peccato che per la maggior parte siano reti WiFi private, chiuse quindi all’accesso. Ma esistono progetti concreti e molto convincenti per cambiare questa realtà. Progetti sovvenzionati dal quella parte dell’industria interessata proprio alla diffusione del WiFi dove gli utenti sono incentivati a lasciare una parte della loro banda a disposizione della collettività. Per citarne uno su tutti il progetto FON, che incentiva gli utenti a comprare degli hotspot WiFi a $5 per condividere una parte della banda con gli altri “aderenti” alla rete FON. Si stanno creando in questo modo delle zone urbane dove la copertura WiFi data dalla sovrapposizione di centinaia di hotspot di liberi utenti è già una realtà.

Perché è importante WiFi? Perché è con questa tecnologia che si sta combattendo un altro fronte della battaglia che stiamo analizzando. I produttori di telefoni, dopo il caso Motorola RCKR, hanno ben compreso la lezione. La gente ama avere in tasca un oggetto capace di riprodurre musica, foto e filmati. I telefoni cellulari sono da sempre i naturali candidati ad esser “questo oggetto”. Peccato che se per la vendita e, peggio, per l’accesso ai servizi si deve obbligatoriamente passare per i Mobile Operator la gente tenderà a scegliere oggetti meno vincolati, nei quali poter inserire contenuti usando i servizi Internet esistenti. Nel lento processo di convergenza stiamo arrivando al 2007, l’anno in cui Apple ha deciso di trasformare il suo iPod anche in un telefono cellulare. Sembra incredibile ma stiamo arrivando prima alla convergenza da questo versante che da quello dei telefonini. Di questa situazione sono consapevoli da tempo i principali produttori di telefoni cellulari, ma chi sembra particolarmente “spaventata” e quindi attiva sul mercato è Nokia. Nokia sta facendo di tutto per svincolarsi dal network dei Mobile Operator e vendere i suoi “oggetti portatili” alla stregua degli iPod, capaci *anche* di telefonare. Tutte le ultime generazioni Nokia hanno a corredo una suite multimediale di prim’ordine, compreso anche l’oggetto “cuffietta”. Gli ultimi modelli, guarda caso, sono tutti dotati di WiFi. Ecco allora che con una diffusione del WiFi sufficiente si può già ipotizzare che in alcune zone urbane sarà possibile telefonare (e video telefonare) sempre usando un telefonino Nokia, ma con SKYPE tramite WiFi. Ma non solo: perché a questo punto i contenuti d’intrattenimento digitale potranno essere scaricati sui telefonini attraverso i servizi Internet esistenti. Nokia si sta spingendo ancora più in là. Nel suo ultimo N80 Internet Edition uscito da poco negli USA ha preconfigurato la tecnologia ORB. Senza scendere troppo nei particolari basti sapere che ORB è una piattaforma gratuita che consente a chiunque di pubblicare la propria “multimedia library” (foto, video, musica) direttamente su Internet. Il proprio PC di casa diventa anche un “trasmettitore” personale dei propri contenuti multimediali. Se il PC in questione è dotato di un sintonizzatore TV può addirittura trasmettere in streaming il segnale televisivo. Un cellulare dotato di un Browser e di un Video Player è sufficiente per sintonizzarsi. Se poi il cellulare è WiFi la sintonizzazione può avvenire attraverso una normale connessione Internet e non attraverso la costosissima connessione proposta dai Mobile Operator. E’ vero che siamo ancora molto molto lontani da avere una situazione tale per cui il WiFi sia sufficientemente diffuso da consentirci di usare *spesso* Internet anche in mobilità. Ma proprio per questo: non sarebbe più sensato usare i soldi pubblici per finanziare Hot Spot gratuiti nelle principali città, invece di incentivare l’acquisto di televisori digitali? E poi, non sarebbe giunto il momento di sbloccare queste maledette licenze WiMAX così da portare l’Italia in Europa e dare una seria possibilità ad Internet in mobilità? O forse Internet in mobilità è troppo “pericolosa” da avere?

Sta di fatto che abbracciando il DVB-H i Mobile Operator hanno aperto un ulteriore fronte. Le trasmissioni DVB-H sono dei flussi di dati digitali in broadcast, che usano una infrastruttura di rete “televisiva” con dei ripetitori localizzati sul territorio. Non si usa UMTS per trasmettere il DVB-H. Questo significa che un qualsiasi broadcaster dotato di una rete DVB-H (o DVB-T) può magicamente “entrare” dentro i telefonini della gente. Senza passare per i Mobile Operator. E per i brodcaster questa è una possibilità a dir poco interessante. Anche qui però siamo di fronte alla solita situazione: i telefoni cellulari DVB-H li vendono i Mobile Operator, con delle offerte dedicate e con un sistema di “protezione” dei contenuti che vincola l’utente al suo operatore. Anche qui però si è avuta una rottura dello schema: proprio con Nokia che per i suoi modelli DVB-H ha scelto, guarda caso, di stare fuori dal coro proponendo un sistema di protezione dei contenuti diverso, più “aperto”.

Sembra quindi che qualcuno abbia ben compreso cosa sta accadendo. Se non ci arrivano i produttori di telefonini, ci arriverà a breve Apple, e con lei centinaia di cloni magari con soluzioni più aperte del comunque blindatissimo iPod. La gente avrà un ampia offerta di oggetti da mettersi in tasca dotati di tutte le funzionalità multimediali richieste. In più con la possibilità di collegarsi alla rete tramite WiFi o DVB-H, senza passare per nessun Mobile Operator. I produttori di telefoni cellulari stanno evolvendo rapidamente per non rimanere schiacciati e, per farlo, devono abbandonare il gioco con gli operatori. Chi compra contenuti multimediali per la mobilità lo farà sempre di più usando solo Internet. I brodcaster di contenuti per la mobilità arriveranno ad avere maggiore convenienza nel farlo in autonomia, senza passare per gli operatori mobili.

C’è aria di crisi per il mondo Mobile. Una crisi che si annuncia profonda e che costringerà molti a mettere in discussione la propria identità. Staremo a vedere cosa accadrà.

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3
Nov 06

La IPTV è morta.

Internet cambierà la televisione, per sempre. Sia per chi la fa che per chi la guarda. Siamo di nuovo in un periodo di grande euforia dove Internet sta tornando ad essere il centro di molte attenzioni, forse troppe. L’eccesso d’entusiasmo, pur giustificato per un settore che esce da 6 anni di grande depressione, non è mai positivo. Si ricominciano a leggere sempre più di frequente previsioni sul nostro futuro fatte da presunti esperti che si spingono ai limiti della profezia. La parola d’ordine, e non è la prima volta, è convergenza. In particolare ciò che sta eccitando particolarmente gli animi, spingendo grandi nomi ad investimenti importanti, è la rivoluzione del video online. Si, perché al di là di tutto una certezza la abbiamo: quella del video sharing e dei contenuti generati dagli utenti è veramente una rivoluzione. Questa nuova fase propulsiva ha una caratteristica fondamentale che la rende profondamente differente dalla prima era del Web datata ormai più di dieci anni. Oggi abbiamo delle solide basi sulle quali costruire, oggi possiamo permetterci una analisi del mercato e delle previsioni di crescita basate sui numeri. E non è poco. Sappiamo che i contenuti d’intrattenimento digitale hanno trovato nel mondo online la piattaforma ideale per la loro distribuzione. Milioni di persone già oggi scopro su Internet nuovi contenuti con cui intrattenersi, usano la rete per “sintonizzarsi” sui loro veri interessi, e comprano online ciò che vogliono possedere. Chi distribuisce intrattenimento in formato digitale via Internet ha letto nei suoi stessi numeri le radici di questo profondo cambiamento. I cataloghi online continuano e continueranno incessantemente a crescere, senza che questo comporti un aggravio di costi significativo per chi li gestisce. Oggi la sola iTunes ha una library di oltre 200 serie TV. Già alla fine del prossimo anno potrebbero essere il doppio, senza che Apple per questo debba rivedere minimamente i suoi costi di gestione. Avere 200 o 400 serie televisive in digitale ha il costo dello spazio disco necessario a conservare queste informazioni. Ovvero non costa praticamente nulla. In cambio si propone alla propria utenza un catalogo costantemente più ricco. La magia di questo nuovo sistema si è capita leggendo i numeri: “la gente” quando può scegliere sceglie! La massa non è piatta. Ciò che è sempre stata piatta, media, o ancora meglio, mediocre è stata l’offerta di contenuti d’intrattenimento che la gente ha avuto a disposizione. Ma d’altra parte nel mondo degli atomi, dove un giorno non può avere più di 24 ore ed un negozio di DVD più di 3000 titoli a scaffale, l’unica necessità è sempre stata quella di trovare prodotti in grado di catturare l’attenzione del maggior numero di persone possibile. Ecco allora che che la proposta di contenuti TV non poteva che essere concentrata quasi esclusivamente su prodotti “nazional popolari”. Prodotti di successo, ben s’intenda, ma sempre per un numero di persone limitato. L’unica alternativa è sempre stata il satellite. Peccato che i costi d’abbonamento hanno allontanato questa TV dalla massa. Oggi quello che sta accadendo è che la gente ha una nuova piattaforma, accessibile e fortemente interattiva, dalla quale scegliere, vedere e comprare. La diffusione della banda larga, il perfezionamento degli algoritmi di compressione del video e dell’audio e la facilità d’accesso alla rete sono i fattori ambientali che, una volta consolidati, hanno dato via a questa nuova rivoluzione. C’è chi crede ancora che sia un fenomeno legato ai PC e la chiama “PC TV”, chi crede che siano contenuti pensati per essere fruiti da breve distanza sul monitor di un computer. Ma non è cosi. Il 2007 sarà l’anno in cui comincerà la sfida del “iPod TV” ovvero del nuovo oggetto del desiderio che vorremmo metterci accanto alla TV di casa per poter vedere comodamente sdraiati nel nostro salotto qualsiasi contenuto scaricato dalla rete. Che si chiami iTV, Windows Media Center, XBOX o PS3 molto presto un numero consistente di persone potrà guardare in TV quello che la rete trasmette. Forse solo allora qualcuno capirà che questa non è “un’altra TV” ma è la nuova TV.

Ciò che di meraviglioso c’è in questa naturale evoluzione nella fruizione dei contenuti video digitali è che non è IPTV. Qualcuno dovrebbe spiegarlo al Ministro delle Comunicazioni che invece di ripetere frasi fatte rintanato nelle stanze del potere dovrebbe mettere ogni tanto il “naso” in rete per capire che aria tira. Non aspiriamo ad avere una figura democratica e progressista “alla Al Gore” capace non solo di comprendere la nuova economia digitale ma anche di proporre ed ispirare importanti innovazioni. Ci basterebbe avere -finalmente- qualcuno che almeno sappia di cosa sta parlando. La politica dovrebbe saper arare e concimare il terreno per facilitare la crescita e lo sviluppo, non solo e soltanto inseguire affannosamente e disordinatamente quello che accade, continuando a far sprofondare questo paese agli ultimi posti per competitività nelle nuove tecnologie. Da anni si parla di IPTV, senza che nessuna abbia mai saputo dare una definizione univoca di questo termine. Il DVB (consorzio internazionale per la definizione degli standard televisivi, dal quale DVB-T, DVB-H, etc.) sono anni che lavora alla definizione del cosiddetto DVB-IP: la IPTV standard oggi arrivata alla seconda versione di specifiche. Peccato che il modello IPTV sia stato concepito per rinforzare il potere delle telecom e dei cable operator piuttosto che per dare “alla gente” una nuova forma di televisione. La IPTV come viene classicamente concepita ha una serie di vincoli e sovrastrutture che la rendono possibile solo in un contesto chiuso. La IPTV non si può fare via Internet. C’è bisogno di un network dedicato, che offra altissime prestazioni. Ecco allora che che solo pochi, pochissimi, soggetti possono fornire IPTV. Gli utenti che vogliono accedervi devono essere clienti di questi network, residenti in zone raggiunte dal servizio e dotati di apposito set-tob-box. Un mondo a dir poco chiuso dove lo spettatore pagante continua ad essere costretto a sorbire quello che gli viene proposto. Magari con una scelta maggiore ma sempre imprigionato in un “walled garden” ormai anacronistico. L’IPTV, parliamoci chiaro, è morta! La TV dei telecom operator, il sogno di gloria di pochi, è ormai superata da ciò che la rete sta facendo emergere naturalmente. La nuova TV, la Net TV, non ha più questi vincoli. E’ un nuovo modello, dove le nicchie hanno preso a valere già oggi oltre il 30% del fatturato complessivo di un “distributore ” digitale. E’ una TV dalle infinite scelte, dal palinsesto illimitato fatto di produzione professionali ed amatoriali allo stesso tempo. E’ prevalentemente una TV non lineare, dove “la gente” vede quello che sceglie, quando vuole. Siamo ancora agli albori di questa rivoluzione, nonostante gli entusiasmi. Dovremo capire come questo nuovo modello si adatterà fisiologicamente al nostro paese, alle abitudini ed agli infiniti gusti della nostra gente. Non vale la pena di correre cercando facili guadagni, si dovrà piuttosto sperimentare creando le basi per una evoluzione organica. La giusta strada verrà col tempo dall’evoluzione e dalla contrapposizione di tutti i modelli che si andranno a sperimentare. Il “sistema”, quello ufficiale, dovrebbe preoccuparsi di facilitare questo processo spingendo ad esempio per l’abbattimento dei costi e per l’apertura del mercato. Contrapponendosi a proposte folli come quella presentata dall’unione europea che mira ad equiparare per obblighi, responsabilità e vincoli qualsiasi video blogger ad una “tradizionale” emittente TV.

Stavamo facendo il Digitale Terrestre, fino a qualche tempo fa. Avevamo gettato delle serie basi per costruire l’infrastruttura capace di fare fare un salto importante alla TV di questo paese. Non potevamo riuscirci così in fretta come si era creduto e con l’arroganza con cui avevamo approcciato. Ma potevamo continuare a spingere rimanendo i primi e più esperti in Europa (e nel mondo assieme alla Corea). Il Digitale Terrestre non sarà la rivoluzione. E’ sempre e comunque TV generalista che opera in un terreno dove è la scarsità delle frequenze che governa le scelte. Ciononostante con il Digitale Terrestre si eleva lo stadio minimo della TV in maniera importante. Per la prima volta si potrà aprire veramente la multicanalità alle masse. Una multicanalità minima rispetto al satellite e ridicola rispetto alla Net TV, ma comunque un importante passo avanti rispetto alla TV tradizionale. Ci siamo fermati. Ora puntiamo su altro. Indovinate su cosa? Sull’IPTV o, meglio, la TV delle telecom, ovvero l’ultimo colpo di coda per provare a far rientrare gli enormi investimenti che gli operator nostrani hanno fatto negli anni passati. Per fortuna oggi “la gente” può scegliere, cambiare canale, sintonizzandosi -probabilmente- altrove.

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23
Oct 06

Mobile TV 2.0

ORB

In un contesto urbano deve la diffusione di trasmettitori WiFi è tale da garantire una copertura pressoché uniforme si potrebbe di fatto pensare di non usare più le reti di telefonia cellulare GSM o UMTS. Abbiamo già visto come esistono progetti che mirano ad incentivare l’uso condiviso delle connessioni WiFi proprio con l’obiettivo di creare una mashed network dove con il contributo di tutti, tutti possano beneficiare del fatto di poter essere sempre connessi in qualsiasi parte della città. La filosofia è quella imperante nel mondo digitale dove Open è meglio e con la collaborazione e lo sharing si riescono a raggiungere risultati altrimenti impossibili. Se una mashed network dovesse quindi formarsi, ed è quello che sta avvenendo nelle principali capitali mondiali, potremmo cominciare a buttare i nostri vecchi cellulari a favore di nuovi dispositivi WiFi sui quali installare, ad esempio, un client Skype con cui fare telefonate e videochiamate usando la rete internet così come oggi facciamo a casa dal nostro PC. Ma non solo, perché con un dispositivo collegato ad internet anche in mobilità le vie del possibile sono veramente infinite. Non solo telefonate ma anche download di MP3, suonerie, wallpapers. E ancora giochi, news e chat. Fino ad arrivare alla neonata e ancora poco amata Mobile TV che ha nel DVB-H la sua incarnazione nostrana. Si perché anche il nuovo carissimo business del DVB-H potrebbe avere un alter ego più agile ed economico in un contesto WiFi.

Un esempio concreto e particolarmente interessante di come potrebbe configurarsi uno scenario di Mobile TV via WiFi ci è dato dalla soluzione MyCasting messa a punto da Orb, grazie alla quale gli utenti possono trasmettere tutta la propria library di contenuti su qualsiasi dispositivo Moblie dotato di una connessione WiFi e di un Browser.

Orb Server

Gli incastri del meccanismo sono piuttosto semplici. Per prima cosa si è necessario scaricare online un software da installare sul proprio PC chiamato Media Service. Una volta che il Media Service è installato si potrà decidere quali contenuti rendere disponibili per un accesso “remoto”. I contenuti che Media Service gestisce sono di quattro tipi: file audio, foto, video e Live TV streaming. Nello specifico i file Video possono essere sia video personali che video scaricati dalla rete. E’ naturalmente possibile condividere intere directory: quindi se ad esempio nel nostro PC abbiamo deciso di scaricare tutti i Podcast Video in un unico folder possiamo dire a Media Service di condividere automaticamente qualsiasi contenuto in esso presente. Quindi ogni qualvolta un contenuto video viene scaricato sul nostro PC sarà immediatamente disponibile per una fruizione remota. Ma c’è di più: se il PC sul quale abbiamo installato Media Service è equipaggiato anche di una scheda con sintonizzatore TV (anche DVB-T) potremo configurare il software perché trasmetta in streaming anche il flusso video preso in diretta. Dal dispositivo remoto con cui vedremo il flusso video potremo comandare anche lo zapping. Media Service non farà altro che sintonizzare la scheda TV del PC sul canale richiesto e trasmettere quindi in diretta il nuovo stream.

Passo successivo è l’iscrizione sul server online di Orb per la creazione di un account personale, semplicemente username e password. Questo passaggio è fondamentale per proteggere l’accesso ai nostri contenuti. Per accedere infatti a ciò che il nostro PC sta trasmettendo grazie a Media Service è sempre necessario effettuare una login di autorizzazione. Quindi se non vogliamo che nessun altro oltre noi veda ciò che trasmettiamo basterò non dare la nostra login a nessuno.

Terminata anche questa fase si può finalmente passare alla ricezione dei nostri contenuti su un qualsiasi dispositivo mobile dotato di queste caratteristiche: un collegamento ad internet, un browser e, se vogliamo vedere anche i video, un player (RealPlayer o Windows Media Player). Che sono in pratica caratteristiche presenti in quasi qualsiasi PC portalite, Palmare e telefono cellulare di ultima generazione. Provando ad usare ad esempio un telefono cellulare si dovrà semplicemente aprire il Browser Internet e digitare l’indirizzo del server Orb. Il telefono aprirà in automatico un collegamento Internet e si collegherà all’indirizzo richiesto. A questo punto sarà necessario digitare con la tastiera del telefono la propria login per autorizzare l’accesso ai contenuti.

Passata l’autorizzazione il Server Orb chiederà al Media Service installato sul nostro PC il menu dei contenuti disponibili. Il nostro PC invierà il menu in formato HTML così che possa essere visualizzato sul browser del telefonino per permetterci di scegliere cosa vedere. Se, ad esempio, decidiamo di vedere un video della nostra collezione basterà selezionarlo con il tastierino numerico ed immediatamente il nostro PC comincerà lo stream che il telefonino visualizzerà avviando il Player video in dotazione. Il Media Service ha la capacità di capire quale dispositivo ha richiesto i contenuti per adattare la trasmissione al formato ed alle dimensioni supportate. E’ da notare che l’intelligente disegno dell’architettura che Orb ha realizzato per il proprio servizio prevede che qualsiasi contenuto venga inviato via Internet direttamente dal PC dell’utente che li ha pubblicati. In questo modo non esiste una unica architettura centralizzata che deve sobbarcarsi il carico di trasmissione di tutti gli utenti collegati. Esistono invece tante trasmissioni locali realizzate direttamente dai PC e con la banda degli utenti coinvolti.

Questa soluzione ha permesso ad Orb di mantenere completamente gratuito l’utilizzo del servizio. Chiunque può scaricare il software ed usarlo senza pagare un euro. Almeno senza pagare ad Orb perché poi i costi di connessione ad Internet da un telefono cellulare sono ancora ben oltre il proibitivo. Allora ecco che il servizio Orb rientra negli interessi di chi vuole raggiungere gli utenti del mondo Mobile disintermendiandosi dalle telecom. Se i dispositivi mobili fossero dotati di WiFi e quest’ultimo fosse così diffuso da costituire di fatto una rete urbana, allora soluzioni come quella di Orb potrebbero costituire il modello ideale di funzionamento. I produttori di contenuti distribuirebbero e, in caso, venderebbero contenuti agli utenti solo via Internet. Sarebbero questi ultimi poi a “broadcastare” a se stessi i contenuti a cui sono interessati in mobilità. Un modello sostenibile e profondamente bello perché molto semplice.

Detto in altre parole il disegno futuribile ma concreto che è dietro a questo scenario vede l’utente al centro delle sue scelte. Il messaggio è: “Hai Internet a casa o in ufficio? Prendi un trasmettitore WiFi a $5 e condividi una parte della tua banda. In questo modo nelle nostre città si creerà una rete senza fili diffusa ovunque, che tutti potranno usare. A quel punto non ci sarà più bisogno di pagare il telefono di casa, il celluare o gli abbonamenti TV perché tutti questi servizi li potremmo avere semplicemente collegandoci a questa rete diffusa. Gli unici costi che avrai saranno con il tuo provider Internet (usa quello che costa meno va bene lo stesso) e per i contenuti a pagamento che vorrai acquistare.”

Una forma all-inclusive che sembra degna di un sogno delirante ma che a tutti gli effetti si sta già trasformando in realtà. La soluzione Orb è stata adottata da AMD per Live! ma ancora più emblematico è il caso di Nokia che da tempo ormai è particolarmente attiva in questo terreno. Non è un mistero che Nokia voglia entrare nel business del digital entertainment con i suoi telefonini e che per farlo debba trovare un modo per sciogliere il cordone che la lega alle telefoniche. E non è un caso quindi che le ultime generazioni di telefonini Nokia abbiamo una serie di caratteristiche fortemente mirate al raggiungimento di questi obiettivi. Innanzi tutto un Conditional Access per il DVB-H non compatibile con quello delle telefoniche. Quindi una dotazione con tutti i “confort” multimediali (musica, foto, video, giochi,…). Per arrivare agli ultimi modelli che sono dotati di connessione WiFi. Ma la ciliegina nella tattica Nokia di questi mesi è stata l’adozione negli USA del sistema Orb nel nuovo telefonino super tecnologico N80 Internet Edition anche lui dotato di WiFi.

N80

Ed il cerchio comincia a chiudersi. Se si leggono le dichiarazioni di Nokia e di Orb si capisce qual è la direzione che il mercato sta prendendo.

“The Nokia N80 Internet Edition was developed to make it easy for people on the go to interact with their favorite internet services and content,” said Nigel Rundstrom, vice president Nokia Multimedia, North America, “Working with Orb Networks clearly illustrates why Nokia calls Nseries devices multimedia computers. Using Orb MyCasting with the N80 Internet Edition delivers a complimentary range of experiences that our research* tells us consumers want access to; music, photos, video, email and Internet browsing, all in a single connected device.”

“What’s exciting about this announcement is that it is more than just a bundling partnership,” said Joe Costello, chairman and co-founder of Orb Networks. “Nokia offers a quality mobile web experience for users with the rich functionality being introduced in the N80 Internet Edition. When Orb unlocks that personal digital content on the home PC, the N80 becomes the one connected device to enjoy it all. The combination offers a new level of media freedom and control for the customer.”

Se questa logica dovesse prevalere allora i contenuti audio e video per il mondo mobile saranno esattamente gli stessi del mondo Internet. Non ci sarà più differenza. Ecco allora che avere a disposizione una library immensa di contenuti video digitali prodotti dagli utenti, un buon motore di ricerca ed una library di contenuti premium a pagamento comincia ad essere un business con una portata ben più ampia di quello che oggi si può immaginare. Considerando che a breve termine la maggioranza di dispositivi portatili saranno WiFi e abilitati al video. Oggi già lo sono la PSP, i telefonini Nokia, e lo Zune di Microsoft. Oltre che i PC Portatili ed i Palmari. Domani avremo l’iPod, tutti i telefoni Cellulari, le console da gioco, i set-top-box, etc, etc. Non ci dovrà essere lo sforzo da parte di chi trasmette per convertire la propria utenza al digitale. L’utenza, i clienti saranno già naturalmente dotati di un ricevitore in grado di sintonizzarsi sulle nuove “frequenze digitali”. L’importante sarà saper cogliere il senso di questa trasformazione non cercando di adattarci sopra l’esistente. A questo proposito Mitch Lazar, VP di Yahoo! in un suo intervento al MIPCOM 2006:

[...] In all – mobile TV supplements traditional TV rather than replacing it. The consensus is now that the most successful mobile TV is made specifically for mobile, or at the very least re-edited for mobile. Two to three minute clips is always the template and MTV’s production teams, for one, now commissions for TV, PC and mobile from the outset.

In Italia siamo lontani da una situazione di copertura e qualità del segnale WiFi anche lontanamente paragonabile a quella dei servizi cellulari, certo è che le compagnie telefoniche non devono vedere di buon occhio la crescente diffusione del WiFi e chi oggi è contemporaneamente fornitore di servizi Internet e di servizi Mobile deve vivere un periodo veramente schizzofrenico. Tempi migliori si preannunciano invece per i fornitori di contenuti. I contenuti generati dagli utenti potranno di fatto beneficiare di un estensione dell’audience potenziale: i video podcast, che di solito sono contenuti seriali di breve durata, potranno esser fruiti anche in mobilità aprendo quindi nuove grandi potenzialità di business.

Ma un vantaggio ancora maggiore lo potranno avere proprio gli attuali broadcaster che, se sapranno aggiornare le loro strategie, potranno raggiungere lo stesso pubblico della TV e del Mobile all’interno di una stessa distribuzione digitale. Con in più il vantaggio di non dover passare per le telefoniche per raggiungere i cellulari della gente. Ed anche se è vero che le telefoniche sono un buon cliente sia per l’advertising classico che per il content providing di contenuti Mobile è altrettanto vero che poter direttamente vendere pubblicità e contenuti per il pubblico Mobile rappresenta una opportunità ben superiore.

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2
Feb 06

The Thin Red Line

Il tema è: che differenza c’è tra la Broadband Television (BBTV) e la IPTV?
La domanda non è accademica ed è meno triviale di quello che sembra perché se una distinzione esiste, ed è reale e facilmente verificabile, allora ci troviamo di fronte a due piattaforme, a due canali quindi per cui vendere o comprare diritti di distribuzione sui contenuti. Se la differenza non è apprezzabile la piattaforma è unica ed di conseguenza il deal sui contenuti non può essere differenziato.

Standard IP
Partiamo cercando di capire perché si pone il problema: se BBTV e IPTV fossero cosi differenti tra di loro come TV Analogica e TV Digitale non staremmo qui a discuterne. Il problema si presenta già nelle definizioni dei due termini: per BBTV si intende un flusso Televisivo distribuito su rete Internet a banda larga, mentre per IPTV si intende semplicemente Televisione distribuita su rete IP. Il problema è che una “rete Internet a banda larga” è una rete IP. L’Internet Protocol, detto anche IP, è di fatto il protocollo alla base di *tutte* le tecnologie cosiddette Internet. L’IP è proprio il fondamento, la base su cui tutto viene ad essere costruito. Sopra l’IP si è costruito l’HTTP per la navigazione Web, l’FTP per il download dei files, l’RTSP o l’IGMP per lo streaming di contenuti A/V, e cosi via. Tutti i protocolli, tutte le tecnologie “Internet” sono basate sull’IP. Una rete a banda larga, è una rete IP con alta velocità di trasferimento dati: ma sempre rete IP rimane. Chi vuole fare BBTV quindi usa giocoforza una rete IP. Si dovrebbe più correttamente chiamare BBTV over IP (BBTVoIP) ma è assolutamente inutile per il motivo appena accennato. L’IPTV come definizione è più generica: anche se per fare IPTV non solo è necessaria una rete IP, ma è necessaria una rete IP Broadband perché senza una banda sufficientemente larga i contenuti A/V non si riescono a trasmettere. Se interrompessimo qui il ragionamento potremmo concludere che BBTV e IPTV sono assolutamente identiche, dove semmai potremmo vedere nell’IPTV un sovra insieme della BBTV.

Standard TV
Approfondendo il ragionamento andiamo però a vedere dove effettivamente esistono delle differenze tecnologiche tra BBTV ed IPTV. Nella tabella seguente ho riportato le principali caratteristiche tecnologiche dei due sistemi.

IPTV / BBTV Tabella Comparativa

La prima riga della tabella sancisce quanto già detto: sia l’IPTV che la BBTV usano una rete IP per il trasporto dei dati A/V. Già nella seconda riga emerge la differenza più significativa. L’IPTV infatti è un insieme di tecnologie e di protocolli codificati in uno standard internazionale: il [[http://www.dvb.org/groups_modules/commercial_module/cmiptv/index.xml?groupID=49|DVB-IP]]. Questo standard prevede un meccanismo di Sintonizzazione (IP Tuner) attraverso il quale un STB collegato ad una rete IP può ricercare e “sintonizzare” tutte le trasmissioni IPTV disponibili (Service Discovery & Selection o SD&S). Il flusso di dati IPTV viene codificato usando il Transport Stream MPEG-2, ovvero lo stesso formato del DVB-T (e anche del DVB-C e S). La ricezione dei canali IPTV è prevista tramite un STB DVB-IP in grado di garantire una qualità del servizio stabile con un video in qualità broadcast codificato in MPEG-2 (la stessa codifica del DVB-T,S,C) o nel più recente e performante MPEG-4 (parte 2 e 10). I STB DVB-IP per altro possono essere concepiti in forma “Ibrida” ovvero ad esempio possono essere equipaggiati sia di un sintonizzatore DVB-IP che di un sintonizzatore DVB-T per consentire all’utente la visione sia dei canali Digitale Terrestre che IPTV.

La TV generica via Broadband invece non ha uno standard di riferimento. Esistono tante manifestazioni di BBTV basate su vari standard proprietari: Microsoft TV, RealNetworks, Quicktime, etc. Ogni standard è incompatibile con gli altri. L’incompatibilità in molti casi riguarda il trasporto dei dati, più diffusamente la codifica del flusso A/V. Non esiste in questo ambito un concetto di IP Tuner, di sintonizzatore IP universale. Generalmente queste trasmissioni sono pensate per essere fruite via PC o su STB equipaggiati con appositi software. Per accedere all’elenco dei programmi trasmessi viene usata una pagina Web che elenca le disponibilità. In poche parole è possibile definire BBTV qualsiasi sistema di trasmissione A/V via IP su rete a banda larga.

Scenario
Facciamo quindi il punto della situazione cercando di fare chiarezza e dare una risposta precisa alla domanda iniziale. Tutto il ragionamento si basa su un errore di fondo: non si possono paragonare la IPTV e la BBTV perché la BBTV non esiste, non come standard unico. La fotografia dello scenario è rappresentata nel grafico seguente.

IP/Broadbadn/Streming/IPTV Scenario d'insieme

All’interno delle reti IP esistono reti a banda larga (“Broadband”) e reti con banda scarsa (“Narrowband”). Solo all’interno di reti IP Broadband è possibile trasmettere flussi live A/V. Questi ultimi possono essere trasmessi sia utilizzando lo standard internazionale DVB-IP sia utilizzando una qualsiasi soluzione di Streaming over IP presente sul mercato. Mappando questa situazione con la problematica dei diritti si possono prevedere quindi le seguenti clusterizzazioni:

  • Diritti per trasmissioni over IP, senza distinzioni con il rischio di far ricadere in questa categoria anche trasmissioni su reti non tradizionalmente Internet.
  • Diritti per la trasmissione Broadband, quindi per qualsiasi trasmissione Internet a banda larga (IPTV compresa).
  • Diritti per la trasmissione IPTV, per le sole trasmissioni che aderiscono allo standard DVB-IP.
  • Diritti per la trasmissione in Streaming over IP, per trasmissioni in streaming su Internet senza distinzione della piattaforma utilizzata.
  • Diritti per la trasmissione in Streming over IP su una specifica piattaforma.

Queste le possibilità. Per tutelare il copyright del materiale del quale si vendono i diritti è consigliabile non essere in nessun caso generici. Vendere i diritti per il Broadband, o vendere i diritti per lo Streaming over IP senza aver specificato su quale piattaforma, potrebbe voler dire vedere poi i propri contenuti distribuiti in modalità poco sicure. E’ meglio quindi definire un ambito preciso entro il quale i contenuti devono essere distribuiti: specificare una piattaforma di Streaming o, meglio ancora, preferire i distributori che aderiscono allo standard DVB-IP. Per chi compra, naturalmente, vale il principio esattamente opposto. Avere i diritti di distribuzione Broadband significa poterli distribuire sia in DVB-IP che con qualsiasi altro sistema esistente.

Per chi compra quindi vale la pena fermare il ragionamento che abbiamo appena fatto al primo paragrafo dove si dimostra che distinguere BBTV e IPTV non ha senso. Chi vende invece deve riuscire a definire i contorni dello scenario cosi come abbiamo appena fatto.

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