Apple TV: il telecomando sarà un iPad mini?

La Apple TV arriva, questo sembra ormai è certo. E non stiamo parlando della meravigliosa scatoletta nera rivisitata e corretta, ma di veri e propri televisori marcati Apple. E una forte sensazione mi dice che anche questo settore industriale è seriamente minacciato dalla discesa in campo della casa di Cupertino. Apple non può accettare di limitarsi alla attuale Apple TV: è un device esterno che viene sempre in secondo ordine rispetto alle “dashboard” native nei televisori. Se accendo il mio Samsung si carica la SmartTV e da li posso accedere alle app, al VoD, ai social network etc. etc. e per “sintonizzarmi” sulla Apple TV devo cambiare input device sul televisore. Inaccettabile: quando accendo il televisore devo essere dentro l’ecosistema Apple, e basta (anzi lo devo essere sempre, anche a televisore spento). Prepariamoci quindi alla rivoluzione della Apple TV che più propriamente sarà la rivoluzione delle App applicate al Televisore e dei contenuti liquidi immersi nel mare di iCloud. Di questo parleremo diffusamente, perché sarà probabilmente il colpo definitivo al monopolio dell’industria televisiva sul business dei contenuti e delle sue extensions.

Mi si sono posti però un paio di interrogativi: come farà Apple a giustificare un costo molto alto per i suoi apparecchi televisivi (immaginiamo saranno di fascia super-alta come tutti i prodotti Apple) e, soprattutto, come renderanno un successo il sistema di App che gireranno sulla Apple TV (oltre a dotare il TV set di un processore molto potente, di un’interfaccia semplicissima da usare, …)?

Da mesi girano voci della messa in produzione di un iPad con schermo più piccolo dell’attuale, un iPad Mini. Apple ha sempre smentito dicendo che del tablet vuole avere una sola versione con una sola “grandezza”. Ecco: e se l’iPad Mini fosse in realtà il telecomando della nuova Apple TV? Compreremmo il televisore con un iPad Mini in dotazione. I problemi di prezzo ed interfaccia utente sarebbero così risolti in un sol colpo.

Current TV licenzia Keith Olbermann!

Keith OlbermannE’ finita. In maniera clamorosa. La scommessa Keith Olbermann non ha funzionato, e Current TV lo licenzia. Guerra su Twitter: comunicato stampa di Al Gore e Joel Hyatt  e repliche di  Keith Olbermann.

Doveva essere il motivo di rilancio di Current TV negli USA, il fuoriclasse sul quale è stato puntato tutto, compresa una quantità consistente di denaro. A costo di immolare i canali Italia e Inghilterra (anche Current TV UK ha chiuso i battenti) il rilancio negli USA con Olbermann sarebbe dovuto essere il punto di svolta definitivo. I risultati evidentemente non sono arrivati: ascolti TV deludenti, pochissima stampa, nessun rumore vero online. Immaginiamo che di conseguenza anche la raccolta pubblicitaria non ne abbia goduto. Comunque non è andata. Era qualche mese che si era capito che i rapporti d’amore tra Current e Olbermann si erano fortemente incrinati. Come spesso capita, Olbermann ha cominciato evidentemente a dare le colpe alla poca visibilità di Current TV negli USA, così come Current avrà cominciato a innervosirsi per l’odore crescente di mega investimento andato a male.

Forse di ultima occasione persa?

Perché alle donne piace il genere #crime?

E’ noto che al pubblico femminile piace il genere Crime. Ma perché? Apparentemente sembrerebbe controintuitivo: sangue e violenza parrebbero essere due argomenti molto lontani dal gentil sesso al quale tenderemmo ad attribuire più naturalmente generi come la commedia, la fiction. E invece no, il genere Crime attira più donne che uomini. E questo è vero sia per la televisione (dove la sproporzione è spesso enorme) che per i libri.

Ricercatori dell’università dell’Illinois si sono posti la domanda ed investigando su un campione di donne appassionate del genere letterario Crime hanno rilevato che le ragioni principali sono:

  • Per imparare come non diventare delle vittime.
  • Per imparare come sopravvivere se si diventa una vittima.
  • Per imparare a riconoscere segnali sospetti (comportamenti strani, situazioni di pericolo).
  • Per imparare delle strategie di sopravvivenza, dei trucchi per fuggire.

In poche parole le donne guardano (o leggono) il Crime perché si sentono istintivamente in pericolo e pensano in questo modo di poter avere informazioni su come evitare o scampare ad eventuali situazioni di pericolo. Gli uomini molto meno, perché di base si sentono più forti ed al sicuro. Il paradosso è che – naturalmente – è stato verificato che le donne, dopo aver provato l’esperienza – anche se finzionale – di scene di crimine, tendono ad aumentare il loro senso di insicurezza (mai avuto gli incubi dopo un film horror?). E’ quindi un meccanismo che sembrerebbe rafforzare perversamente se stesso: un loop paura, esperienza simulata, apprendimento, paura.

Al di la di tutto, questa semplice rilevazione statistica spiega perché le serie Crime di maggior successo sono quelle che contengono sia un alto livello di spettacolarizzazione delle scene criminali che una fortissima dose didattica: si osserva la vittima, la si vede perire e si parte quindi per una lunga esplorazione sulle cause, il movente, l’analisi della scena, della mente dell’assassino. In questo modo si soddisfano perfettamente i due “bisogni primari” delle appassionate del genere: vedere e capire. Ecco quindi, per chi volesse, gli ingredienti fondamentali per creare una nuova serie Crime di successo.

Sandro c’è, il rito può cominciare.

Sandro Ruotolo sarà parte della squadra di Michele Santoro per la nuova avventura di Servizio Pubblico: la produzione televisiva modello terzo millennio, liquida e multi piattaforma. Al di la del più o meno innovativo modello di distribuzione (la vera innovazione – parliamoci chiaro – sta nell’utilizzo massiccio della rete) quello che si preannuncia è la messa in scena del rituale consolidato nel tempo, quella sequenza di momenti, avvenimenti e personaggi alla quale milioni di persone sono abituate da anni. Ed è questo il vero segreto del modello Santoro, quella formula magica – dagli ingredienti espliciti e pubblicamente esposti – che anche i più stretti seguaci (o imitatori) non riescono ad emulare. Si perché, nonostante sia tutto sotto gli occhi di tutti, gli ingredienti sono difficilmente replicabili. Anche l’ottimo Formigli – che ha già toccato il 10% di share su LA7 – difetta di tutti qui momenti che scandiscono il rito santoriano. L’anteprima, la musica di testa (Piovani), i servizi carichi d’azione con musiche ossessive di violini di fondo, l’editoriale di Travaglio dopo il secondo break, il collegamento con “la gente dalla strada” di Sandro Ruotolo, il gran finale con Vauro. Questa la sequenza che scandisce il rito. Non basta uno studio circolare con politici al seguito per emulare la magia. Mancava Sandro Ruotolo, l’ultimo pezzo del puzzle. Ora Sandro c’è e Servizio Pubblico può cominciare!

TV On-Demand.

La TV on-demand è sicuramente il futuro. Ameremmo tanto fosse il presente ma ancora non ci siamo. Eppure progetti come “LA7 On-Demand” – on-air da più di un anno – hanno mostrato come sia possibile realizzare un prodotto più che dignitoso utilizzando le tecnologie attualmente a disposizione. I canali 800 del digitale terrestre sono infatti “dedicati” ai cosiddetti canali on-demand. L’unico che funziona ad oggi è – appunto – quello di LA7 che possiamo trovare al canale 807. Il principio di funzionamento è semplice: il canale è in realtà solamente un canale dati che, quando ci si sintonizza, carica una applicazione MHP e mostra un menu degli ultimi sette giorni di programmazione del canale, più una library di contenuti “cult”. Scorrendo con il telecomando si sceglie il contenuti e con un click si può vedere e rivedere quel che volgiamo. Il tutto grazie ad una TV o ad un set-top-box collegato ad Internet (le TV di ultima generazione sono compatibili con questa tipologia di canale, cosi come tutti i STB con il bollino Gold DGTV).

LA7 On-Demand

Una meccanismo semplice e dal funzionamento (quasi) impeccabile. Ben diverso da i sistemi on-demand di SKY e Mediaset Premium che continuano ad usare canali di trasmissione broadcast per registrare fisicamente dei contenuti su l’hard disk del nostro set-top-box locale. Quello digitale terrestre è un meccanismo decisamente più moderno, con potenzialmente enormi margini di espansione (la library a disposizione può essere teoricamente infinita) ma ancora più costoso se applicato su volumi di massa (lo streaming di contenuti per milioni di persone costa ancora incredibilmente di più di un canale broadcast).

Eppure, dopo più di un anno di felice sperimentazione di LA7, le alternative di fatto non esistono. RAI ha presentato un servizio on-demand con funzionamento e tecnologie omologhe a quelle di LA7 (e quindi MHP+Internet) chiamato RAI Replay (più un servizio on-demand per i TGR) ma nessuna data di rilascio è stata ancora annunciata. Mediaset latita, presente sul mercato solo con il servizio NetTV di Mediaset Premium che però è fruibile solo con una manciata di set-top-box dedicati, levandoci quindi il piacere di mantenere un unico telecomando usando le connected TV di ultima generazione.

Il 2011 sta per concludersi ormai e di sperimentazioni ne sono state fatte tante. Perché non spingere sull’acceleratore di servizi che tutte le misurazioni danno come i più graditi al pubblico? Perché non usare semplicemente quello già a disposizione per dare una spinta vera al sistema di distribuzione digitale della TV in Italia? E ancora, perché non sperimentare delle forme di advertising ad hoc su questi sistemi (LA7 On-Demand è ancora meravigliosamente senza pubblicità)?

In fondo basta costruire una applicazione MHP che carichi via Internet un menu dal quale accedere ad una libreria di contenuti da offrire in streaming direttamente sul televisore. Troppa grazia?