Perché alle donne piace il genere #crime?

E’ noto che al pubblico femminile piace il genere Crime. Ma perché? Apparentemente sembrerebbe controintuitivo: sangue e violenza parrebbero essere due argomenti molto lontani dal gentil sesso al quale tenderemmo ad attribuire più naturalmente generi come la commedia, la fiction. E invece no, il genere Crime attira più donne che uomini. E questo è vero sia per la televisione (dove la sproporzione è spesso enorme) che per i libri.

Ricercatori dell’università dell’Illinois si sono posti la domanda ed investigando su un campione di donne appassionate del genere letterario Crime hanno rilevato che le ragioni principali sono:

  • Per imparare come non diventare delle vittime.
  • Per imparare come sopravvivere se si diventa una vittima.
  • Per imparare a riconoscere segnali sospetti (comportamenti strani, situazioni di pericolo).
  • Per imparare delle strategie di sopravvivenza, dei trucchi per fuggire.

In poche parole le donne guardano (o leggono) il Crime perché si sentono istintivamente in pericolo e pensano in questo modo di poter avere informazioni su come evitare o scampare ad eventuali situazioni di pericolo. Gli uomini molto meno, perché di base si sentono più forti ed al sicuro. Il paradosso è che – naturalmente – è stato verificato che le donne, dopo aver provato l’esperienza – anche se finzionale – di scene di crimine, tendono ad aumentare il loro senso di insicurezza (mai avuto gli incubi dopo un film horror?). E’ quindi un meccanismo che sembrerebbe rafforzare perversamente se stesso: un loop paura, esperienza simulata, apprendimento, paura.

Al di la di tutto, questa semplice rilevazione statistica spiega perché le serie Crime di maggior successo sono quelle che contengono sia un alto livello di spettacolarizzazione delle scene criminali che una fortissima dose didattica: si osserva la vittima, la si vede perire e si parte quindi per una lunga esplorazione sulle cause, il movente, l’analisi della scena, della mente dell’assassino. In questo modo si soddisfano perfettamente i due “bisogni primari” delle appassionate del genere: vedere e capire. Ecco quindi, per chi volesse, gli ingredienti fondamentali per creare una nuova serie Crime di successo.

Sandro c’è, il rito può cominciare.

Sandro Ruotolo sarà parte della squadra di Michele Santoro per la nuova avventura di Servizio Pubblico: la produzione televisiva modello terzo millennio, liquida e multi piattaforma. Al di la del più o meno innovativo modello di distribuzione (la vera innovazione – parliamoci chiaro – sta nell’utilizzo massiccio della rete) quello che si preannuncia è la messa in scena del rituale consolidato nel tempo, quella sequenza di momenti, avvenimenti e personaggi alla quale milioni di persone sono abituate da anni. Ed è questo il vero segreto del modello Santoro, quella formula magica – dagli ingredienti espliciti e pubblicamente esposti – che anche i più stretti seguaci (o imitatori) non riescono ad emulare. Si perché, nonostante sia tutto sotto gli occhi di tutti, gli ingredienti sono difficilmente replicabili. Anche l’ottimo Formigli – che ha già toccato il 10% di share su LA7 – difetta di tutti qui momenti che scandiscono il rito santoriano. L’anteprima, la musica di testa (Piovani), i servizi carichi d’azione con musiche ossessive di violini di fondo, l’editoriale di Travaglio dopo il secondo break, il collegamento con “la gente dalla strada” di Sandro Ruotolo, il gran finale con Vauro. Questa la sequenza che scandisce il rito. Non basta uno studio circolare con politici al seguito per emulare la magia. Mancava Sandro Ruotolo, l’ultimo pezzo del puzzle. Ora Sandro c’è e Servizio Pubblico può cominciare!

TV On-Demand.

La TV on-demand è sicuramente il futuro. Ameremmo tanto fosse il presente ma ancora non ci siamo. Eppure progetti come “LA7 On-Demand” – on-air da più di un anno – hanno mostrato come sia possibile realizzare un prodotto più che dignitoso utilizzando le tecnologie attualmente a disposizione. I canali 800 del digitale terrestre sono infatti “dedicati” ai cosiddetti canali on-demand. L’unico che funziona ad oggi è – appunto – quello di LA7 che possiamo trovare al canale 807. Il principio di funzionamento è semplice: il canale è in realtà solamente un canale dati che, quando ci si sintonizza, carica una applicazione MHP e mostra un menu degli ultimi sette giorni di programmazione del canale, più una library di contenuti “cult”. Scorrendo con il telecomando si sceglie il contenuti e con un click si può vedere e rivedere quel che volgiamo. Il tutto grazie ad una TV o ad un set-top-box collegato ad Internet (le TV di ultima generazione sono compatibili con questa tipologia di canale, cosi come tutti i STB con il bollino Gold DGTV).

LA7 On-Demand

Una meccanismo semplice e dal funzionamento (quasi) impeccabile. Ben diverso da i sistemi on-demand di SKY e Mediaset Premium che continuano ad usare canali di trasmissione broadcast per registrare fisicamente dei contenuti su l’hard disk del nostro set-top-box locale. Quello digitale terrestre è un meccanismo decisamente più moderno, con potenzialmente enormi margini di espansione (la library a disposizione può essere teoricamente infinita) ma ancora più costoso se applicato su volumi di massa (lo streaming di contenuti per milioni di persone costa ancora incredibilmente di più di un canale broadcast).

Eppure, dopo più di un anno di felice sperimentazione di LA7, le alternative di fatto non esistono. RAI ha presentato un servizio on-demand con funzionamento e tecnologie omologhe a quelle di LA7 (e quindi MHP+Internet) chiamato RAI Replay (più un servizio on-demand per i TGR) ma nessuna data di rilascio è stata ancora annunciata. Mediaset latita, presente sul mercato solo con il servizio NetTV di Mediaset Premium che però è fruibile solo con una manciata di set-top-box dedicati, levandoci quindi il piacere di mantenere un unico telecomando usando le connected TV di ultima generazione.

Il 2011 sta per concludersi ormai e di sperimentazioni ne sono state fatte tante. Perché non spingere sull’acceleratore di servizi che tutte le misurazioni danno come i più graditi al pubblico? Perché non usare semplicemente quello già a disposizione per dare una spinta vera al sistema di distribuzione digitale della TV in Italia? E ancora, perché non sperimentare delle forme di advertising ad hoc su questi sistemi (LA7 On-Demand è ancora meravigliosamente senza pubblicità)?

In fondo basta costruire una applicazione MHP che carichi via Internet un menu dal quale accedere ad una libreria di contenuti da offrire in streaming direttamente sul televisore. Troppa grazia?

Ultaviolet Vs KeyChest

The Ultraviolet mechanism

E’ partita la guerra per standardizzare la distribuzione di contenuti video online: lo streaming di Film (e Serie TV). La morte del DVD è stata annunciata, la proprietà del futuro sarà liquida, multidevice, on-demand: “Buy Once, Play Anywhere”. Due sono gli scenari che si stanno proponendo al mercato, due le filosofie, due le alleanze industriali che si sono formate.

La prima si chiama Ultraviolet (UV) ed è supportata dalla santa alleanza DECE (Digital Entertainment Content Ecosystem) che annovera un numero impressionante di big companies inclusi content providers come Fox Entertainment Group, Lionsgate, NBC Universal, Paramount Pictures e Warner Bros. Entertainment cosi come importanti player tecnologici come Motorola, Panasonic, Samsung Electronics, Sony e Toshiba. L’idea dietro Ultraviolet è semplice: esisterà un unico contenitore online per tutti i film che andremo ad acquistare; ogni device in nostro possesso avrà quindi una sua app che ci permetterà di vedere la nostra library: smartphone, tablet, TV, PC. Il funzionamento di UV – descritto in sintesi dall’immagine in testa a questo post – è molto semplice e decisamente convincente. Tutto ciò che compriamo è sempre a disposizione in rete, in modalità protetta. Sarà quindi ad ogni device in nostro possesso ospitare un’app per fruire i contenuti. Ultraviolet permetterà anche di avere una copia fisica del nostro contenuto: potremmo continuare a comprare i nostri bluray se lo vorremmo, by default avremmo comunque a disposizione la copia liquida del contenuto.

Ultraviolet sembra essere quindi semplice, intuitiva, senza nessuna innovazione tecnologica vera (sempre di DRM e streaming stiamo parlando) e – soprattutto – piattaforma sostenuta da un numero impressionanti di grandi player.

La sorella di Ultraviolet – perché deve sempre esistere un’alternativa (almeno all’inizio) – si chiama KeyChest: il cesto delle chiavi. KeyChest nasce da un progetto Disney ed è supportata nientemeno che da Apple, Google ed Amazon. Qui il principio è un altro, altrettanto semplice: quando si compra un contenuto video online si acquista di fatto il diritto di vederlo da qualsiasi piattaforma lo si desideri (e che supporti KeyChest). Quindi in un mondo ideale si potrebbe comprare un film su iTunes potendolo vedere anche in streaming sul tablet Amazon o sui telefonini Android di Google, accedendo direttamente dalle rispettive piattaforme. Con KeyChest quello che viene centralizzato online non è il contenuto ma il diritto acquistato: sarebbe possibile vedere lo stesso contenuto anche scaricandolo da Ultraviolet se quest’ultimo supportasse il meccanismo di KeyChest.

Kelly Summers – Vice President di Disney – precisa che KeyChest è basato su open standard, che è un abilitatore per la distribuzione digitale (e quindi non è un competitore di nessun servizio esistente, anzi) ed infine che non sarà Disney a controllare e gestire la piattaforma che verrà affidata ad un consorzio “aperto”.

Due approcci diversi, entrambi interessanti che prospettano una nuova guerra degli standard stile “Blueray vs HD-DVD”. Di sicuro c’è che il DVD è destinato a perire presto e che la distribuzione digitale sarà l’unica via (con buona pace di chi vive dove ancora Internet è concetto sconosciuto). E questo è un bene, perché rende la nostra proprietà acquistata, il diritto di visione di un film, indipendente dalle tecnologie che verranno (con le TV del 2050 e l’iPad di 15ma generazione potremmo comunque vedere ciò che abbiamo acquistato 40anni prima).

Personalmente considero l’approccio KeyChest più interessante, soprattutto perché permette – di fatto – di trascendere dal concetto di acquisto: un diritto di visione può essere applicato anche per i contenuti affittati, con l’unica differenza che il diritto ha una scadenza. I rumors più accreditati riportano che sarà tanto per cambiare Apple a dare il via a questa tecnologia con il passaggio della parte video su iCloud prevista per fine anno.

Ancora una volta rimaniamo alla finestra ad osservare con una sola certezza: nulla – a breve – sarà più come prima.