November, 2007


30
Nov 07

RAI+Mediaset+Telecom, fatelo assieme (il VOD).

In Inghilterra così sarà: BBC, ITV, e Channel 4 i principali network terrestri uniranno le loro forze per dare vita ad un progetto unico condiviso per il Video On Deman via broadband, nome in codice Kangaroo. Tutti e tre i soggetti sono già attivi con loro offerte separate per il VOD, ma la scelta è ormai presa nel segno del più classico slogan: l’unione fa la forza. Unica la piattaforma, unico il DRM, condivise le politiche di distribuzione e di princing. Sette dovrebbero essere i giorni entro i quali sarà possibile per il pubblico inglese vedere gratuitamente qualsiasi contenuto andato in onda, con un limite di 30 giorni di vita del contenuto scaricato. Passata la soglia dei 7 giorni, se si vuole comunque accedere ad uno specifico contenuto si paga. Semplice e chiaro.

Vi ricorda qualcosa? A me si, ad esempio la nascente offerta Tiscali TV (presente anche in UK) che permetterà all’utenza italiana di avere un servizio molto simile che ho chiamato “Extended TV”. Tiscali registra sui suoi server 48 ore di tutta la programmazione TV nazionale dando la possibilità ai suoi utenti di vederla o rivederla in VOD. Il sistema in questo caso è chiuso, ad appannaggio dei soli clienti Tiscali IPTV, e non c’è possibilità d’acquisto superata la finestra delle 48 ore, ma il principio di “concentratore” per l’on-demand è identico a quello che vedrà la luce con il progetto Kangaroo.

Ora, le conclusioni si tirano quasi da sole. Esistono ormai indicatori inequivocabili che dicono che la tendenza è di vedere la TV sempre più in modalità non lineare. Non solo, chi ha abbandonato (o non ha mai raggiunto) la TV con un Palinsesto Extended (che da noi potrebbe essere 8 canali x 16 ore x 7 giorni) di certo tornerebbe a trovare nel menu qualche scelta di suo interesse. E ancora, le produzioni che con il tempo sfumano di profittabilità continuano a generare valore “per sempre” in una logica di lunga coda dove il contenuto è sempre a disposizione (anche se a pagamento). In più RAI ha già il suo VOD (RaiClick ed in parte Rai.tv), Mediaset idem (Rivideo), mentre La 7 e MTV hanno già molte produzioni in Podcast.

Perché quindi non centralizzare anche qui da noi questo tipo di servizio con un accordo quadro che metta tutti d’accordo, telespettatori in primis? Troppo complicato, troppo difficile metter d’accordo la TV pubblica (??) con la TV commerciale, e le questioni riguardanti il canone?

Io credo che una soluzione si possa trovare senza poi troppe difficoltà, basta volerlo. Alternativa lasciare per il momento ai privati (Tiscali, Fastweb, Wind,…, VCast) l’avvio di servizi di questo tipo, continuando ad assistere all’agonia della TV che continua a perder ascolti ed interessi.

Technorati , , , , , , , , , , , ,


29
Nov 07

Economics of the New Television Marketplace.

Ecco una manciata di numeri aggiornati sulla attuale situazione e sulle previsioni per il prossimo futuro del mercato della Net Television.

Una ricerca chiamata “Digital Video Barometer” che ha coinvolto oltre 270 executives dell’industria televisiva americana (quindi persone esperte, informate, competenti alle quali è demandato proprio il compito di costruire le strategie future delle loro aziende) ha rivelato come il 90% campione creda che nel 2012 oltre il 40% del consumo di contenuti audiovisivi avverrà grazie a trasmissioni non veicolate dagli attuali sistemi televisivi e quindi, sostanzialmente, via Internet. Il 23% crede che su Internet troveremo oltre il 60% dei contenuti, mentre il 9% del campione pensa addirittura che nello stesso anno Internet possa arrivare ad avere l’80% dello share di mercato (via).

Quindi Internet in ogni caso secondo le previsioni dell’industria televisiva classica avrà un peso enorme. Pensate che secondo le dichiarazioni di Jeben Berg, product marketing manager di YouTube, sul portale video di Google ogni singolo minuto vengono uploadate oltre 8 ore di materiale video. La maggior parte spazzatura o materiale d’interesse solo per ristretti gruppi di persone. Comunque un dato impressionante che fa capire quanto la gente già oggi comunichi e socializzi distribuendo video su Internet, tempo comunque rubato ai palinsesti televisivi classici. Quanto alle interfacce per accedere a questa gigantesca library di contenuti online avranno sempre più peso i telefonini (o i cosiddetti post-computer-device): solo nel prossimo anno raggiungeranno a livello planetario 300 milioni di unità vendute, superando per la prima volta nella storia le vendite dei televisori.

Al di là dei contenuti generati in maniera casuale dagli utenti e quindi distribuiti in rete, sul Web avranno un peso crescente le cosiddette produzioni ProAm che riusciranno in buona parte a conquistarsi un’importante fetta di mercato all’interno dell’industria nu-televisiva, soprattutto grazie ad un nuovo processo produttivo low cost ed ai nuovi linguaggi/format utilizzati. Se paragonate infatti alle produzioni televisive classiche queste realtà hanno un vantaggio competitivo senza precedenti proprio nella gestione dei costi. Una serie NetTV al top viene a costare mediamente sui $3000 al minuto (dati confermati da più fonti es. Prom Queen, Buried Alive), ma la maggior parte delle serie NetTV ha un costo minuto di un terzo (circa $1000) pur rimanendo con un livello qualitativo (script, cast, girato, montaggio) decisamente alto. Una serie TV ha dei costi molto variabili (in funzione del cast, del numero di riprese, delle location, etc.) ma raramente scende sotto i $30.000 per minuto, raggiungendo picchi ragguardevoli (>$70.000 x minuto). La prossima serie TV co-creata, prodotta e diretta da JJ Ambrams “Fringe” costerà $10 milioni solo per il pilota e la bellezza di $2 milioni per ogni episodio da 45 minuti.

E’ evidente come all’interno di questi margini sia più che probabile che esploda letteralmente il nuovo mercato delle produzioni ProAm. E non si creda che la qualità finale venga ad essere poi così tanto compromessa. Pensate solo che oggi con meno di 5000 euro uno studio NetTV è in grado di produrre contenuti in Full HD. Gli studi televisivi italiani sono praticamente tutti in SD ed hanno dei costi di riconversione talmente alti che prima che venga deciso il passaggio passerà ancora molto tempo. Questo per dire che non sarà poi così raro già dal prossimo anno cominciare a veder marciare le produzioni NetTV in HD con la televisione classica ancora al palo, schiacciata dai suoi stessi costi. Olè!

Technorati , , , , , , , , , , , , , ,


28
Nov 07

Firebrand, il portale della pubblicità.

(guarda la video recensione di Firebrand nella nuova puntata di Juice)

Lo stavo aspettando da circa un paio di mesi, da quando fu dato l’annuncio del suo arrivo. Ieri ha finalmente visto la luce. Sto parlando di Firebrand uno dei progetti online più interessanti che mi sia mai capitato da vedere riguardo il mondo pubblicitario. Non voglio scrivere molto di più perché per un commento più approfondito vi rimando alla video recensione che ho realizzato all’interno della puntata numero uno di Juice (che trovate in testa a questo post, da scaricare o in podcast). Voglio solo aggiungere che ieri durante i test che abbiamo fatto per la prova di Firebrand siamo finiti per ore incollati davanti al monitor a veder passare uno spot dietro l’altro. Che la pubblicità dovesse tornare sempre più ad essere contenuto lo ripetiamo da tempo, Firebrand è il miglior concentratore si potesse realizzare di quanto di meglio il video advertising professionale sappia esprimere. Imperdibile.

— Il sito di Firebrand.
Technorati ,


26
Nov 07

La sporca verità dietro i video virali: ecco come fregare YouTube e far diventare un proprio video un successo.

Il post scritto da Dan Ackerman Greenberg co-fondatore della viral video marketing company “The Comotion Group” e pubblicato da TechCrunch (qui e chiarimenti qui) è di quelli che fanno accapponare la pelle. Non che alla fine della lettura si abbia rivelata una realtà che non si immaginava ma, come per molti fatti che riguardano l’establishment di questo paese, un conto è sospettarlo e parlarne al bar, altro è avere una testimonianza esatta di quel che succede.

Cosa racconta di tanto sconvolgente Dan? Le modalità operative con cui la sua società riesce a trasformare un qualsiasi video in un super successo su YouTube. Il racconto parte con la storia di alcuni video prodotti da una major di Hollywood con grandissimo dispendio di risorse, postati su YouTube e puntualmente ignorati dalla massa di visitatori del sito. Perché? come è possibile che un video di grande qualità venga preferito ad altri di minor spessore? Il motivo è molto semplice: per trasformare un un video in un successo è necessario rispettare certe regole e adoperarsi in un’azione combinata che deve essere rapida ed agire su più fronti in parallelo. Azioni del genere le possono compiere piccoli gruppi di persone appositamente addestrati. E se si conoscono i trucchi non c’è classifica che tenga: qualsiasi video diventerà un successo. Con il metodo descritto da Dan e sapientemente applicato dalla sua company ogni video “trattato” raggiunge almeno le 100.000 views su YouTube. Il metodo è così sicuro che “The Comotion Group” ha deciso addirittura di non farsi pagare per tutti quei video che non raggiungono l’obiettivo.

Vediamo allora ad una ad una queste sante regole del peccato, che ho cercato brevemente di sintetizzare e che fanno il paio con il consigli elargiti da TubeMogulu di cui parlammo qualche settimana fa.

1. Non tutti i virali sono quello che sembrano
Ovvero esistono molti casi autentici di video che riescono spontaneamente a scalare le classifiche. Ma in generale è ormai tempo di diffidare dai virali, spesso non sono quello che sembrano.

2. Non è il contenuto quel che conta
O meglio, il contenuto è importante ma se opportunamente preparato qualsiasi video può sfondare. Come prepararlo? Ecco qui:

  • Fatelo corto: 15-30 secondi è la lunghezza ideale; spezzate le storie lunghe in più tronconi
  • Progettate un video per essere Remixato, ovvero preso e riusato dentro altri video (Ex: “Dramatic Hamster”)
  • Non fate percepire immediatamente che si tratta di uno spot pubblicitario, se sembra un ADV la gente tenderà a non condividerlo. (Ex. Sony Bravia)
  • Fatelo shoccante: non date allo spettatore altra scelta se non di volerne sapere di più (Ex: “Ufo Haiti“)
  • Usate dei titoli falsi: fate che lo spettatore pensi “Oh Merda! ma è successo veramente?!” (Ex. “Furto di una Ferrari”, non c’è ancora un video con questo titolo su YouTube, se voleste approfittarne…).
  • Fate riferimento al sesso: se tutti i metodi precedenti non hanno funzionato buttatevi sul sicuro e titolate il video su argomenti sessuali (Ex. “Yoga 4 Dudes“)

3. La strategia di base: entrare nella pagina dei “Più visti”
Entrare nella pagina dei “Più visti” del giorno su YouTube è il trampolino di lancio indispensabile per portare un proprio video a conquistare vette importanti di popolarità. Per entrare in questa classifica è sufficiente far collezionare al proprio video circa 50.000 views. Una volta entrati si riuscirà a moltiplicare enormemente il numero delle views grazie all’enorme traffico che viene generato da questa speciale pagina del portale video. Ma come fare per accumulare i primi 50.000 spettatori? Ecco qui:

  • Blog, contattare i blog di maggiore successo e pagarli per pubblicare il nostro video. Si avete capito bene, pagare i top blogger per pubblicare un video. Tutto lecito, perché come spiega Dan non è un operazione occulta ma i video vengono contrassegnati come “advertisement” o simili (mah..).
  • Forums, postare il video in quanti più forum possibile avendo l’accortezza di creare false conversazioni tra utenti così che il video sembri molto chiacchierato. Bastano più account e qualche persona desiderosa di divertirsi a generare finti dialoghi.
  • MySpace, embeddare il video nei commenti dentro i blog di MySpace.
  • Facebook, lavorare sul proprio social network per allargare il numero dei friends e quindi sparare il video a tutti i propri amici quando necessario.
  • Mailing List, inviare il video ad una o più mailing list. Per farlo basta pagare il servizio d’invio a qualche azienda che lo fa di mestiere. Anche qui Dan assicura: niente spam (mah..).
  • Amici, fate scoppiare il passaparola e assicuratevi che tutti i vostri amici abbiano visto il video.

Dovete mettere in moto queste tecniche tutte assieme, contemporaneamente, perché la pagina dei “Più Visti” su YouTube considera le viste dei video nelle ultime 48 ore. Fate in modo quindi che l’onda si scateni in tutta la sua violenza nel tempo stabilito così da poter entrare nella fatidica pagina. Non vi spaventate si vi sembra complesso, un po di relazioni sociali ed il tempo necessario ad affinare queste tecniche e vedrete i vostri video comparire per magia laddove desiderate.

4. Ottimizzate il Titolo
Consiglio ovvio ma fondamentale, la gente sceglie se vedere un video per il suo titolo e per la sua thumbnail. Quindi usate titoli molto significativi e abbondate di termini quali “Esclusivo”, “Dietro le quinte”, “Riprese Rubate”, etc. Se osservate le copertine di Novella 2000 o derivati troverete degli ottimi esempi di come costruire titoli accattivanti sul niente.

5. Ottimizzate la thumbnail
L’abbiamo appena detto, l’immagine di anteprima di un video è essenziale per spingere uno spettatore a vedere un nostro video. Su YouTube potete scegliere tra 3 thumbnali proposte dal sistema. Come fare allora ad esser certi di avere quella giusta? Una delle 3 thumbnail viene presa dal fotogramma che sta esattamente al centro del nostro video. Basta piazzare l’immagine che ci interessa in quel punto per poter scegliere esattamente ciò che ci interessa. Naturalmente anche qui abbondate con immagini a sfondo sessuale e fate in modo che l’anteprima sia molto nitida, che dia l’impressione che il video sia di qualità. Se volete mettere la ciliegina sulla torta sfruttate tutte e 3 le anteprime che vi propone YouTube facendo ruotare l’anteprima 3/4 volte nell’arco di una giornata.

6. Commentate: conversate con voi stessi
Per far salire d’interesse il video, e per farlo salire nelle classifiche dei più commentati, create più account su YouTube, distribuiteli ai vostri collaboratori e fate si che intorno al vostro video si generi una fittissima conversazione, naturalmente tutta fasulla. In questo modo il video, vedrete, comincerà a salire in classifica. Se poi qualche scigurato “vero utente” si permetterà di lasciare dei commenti negativi sul vostro prodotto non esitate a cancellarli. Perché rovinare tutto per pochi cervelli che non la pensano come voi?

7. Pubblicate tutti i video simultaneamente.
A volte si pensa che una corretta strategia virale debba prevedere la pubblicazione sequenziale di più video, così da mantenere alta l’attenzione nel corso del periodo di tempo che si vuole coprire. Secondo Dan questo è un approccio sbagliato. Perché negare il piacere di un seguito ad uno spettatore che lo vuole vedere. Perché farlo quando poi su YouTube si è portati ad andare quasi sempre oltre grazie al “perverso” meccanismo dei video correlati? Allora pubblicate tutti i video della vostra campagna, o della vostra serie, contemporaneamente, facendo solo attenzione di portarne solo uno all’attenzione generale di volta in volta.

8. Stretegic Tagging: portate gli spettatori nella tana della volpe.
Siamo appunto al meccanismo dei Related Videos, dei video correlati, il menu che YouTube ci propone alla fine di ogni video per continuare l’esperienza di visione. Bene, come far si che in quel magico menu appaiano esattamente i video che noi vogliamo così da portare gli spettatori dritti dritti nella tana della volpe? Usando opportunamente i tag. Normalmente usiamo i tag a corredo di un video per farlo comparire correttamente dentro alcune categorie o nei risultati di dterminate ricerche. Questa strategia, pur corretta, viene usata dal gruppo di Dan solo dopo la seconda settimana, quando il video ha ormai già passato il picco delle views. Nei primi giorni i tag da associare ad un video devono essere assolutamente unici, ovvero non usati in nessun altro video su YouTube. In questo modo, e solo in questo modo, possiamo pilotare le correlazioni tra video facendo si che il menu che appare a fine visione contenga solo quello che desideriamo noi.

9. Tracciamento: come si misura il successo di un video.
Per vedere come un video sta andando gli strumenti più efficaci da usare sono i soliti Vidmetrix e TubeMogul semplici e molto efficaci. Altro trucchetto che si può adottare è aggiungere la stringa “?video=1″ alla fine della URL dei nostri video, così da poter più semplicemente tracciare gli inbound links da strumenti come Analytics.

Eccoci qui, alla fine di questa splendida sequenza. Come avete avuto modo di leggere nulla di nuovo sotto il sole, nulla che nel retro cranio non pensassimo già. Ma, come per molte questioni nella vita di tutti i giorni, fintanto non si dimostra che le leggende metropolitane sono realtà tutto rimane pura speculazione. Quando però si scopre che le cose stanno effettivamente così e si vanno a conoscere i particolari di quel che realmente accade si rimane un po cosi, con la testa tra le mani a pensare cosa fare, a pensare cosa pensare.

Altri post che ho pubblicato per chi fosse interessato al tema dei virali &Co. :
— I Consigli di TubeMogul
Intervista al CEO di GoViral
Intervista ai fondatori di Bright.ly
— Quali sono i criteri per contare il numero di views di un video online?


25
Nov 07

Superhero TDH -> Superegali.org

L’organizzazione Terre des Hommes stiamo partendo con la campagna sociale superegali.org , una campagna di fund raising per il Natale 2007 con l’intento di raccogliere regali per i bambini del Perù, Costa D’Avorio e Zimbabwe anche se, dopo la catastrofe degli ultimi giorni, ci stiamo attivando anche per il Bangladesh.

Per questa campagna è stata creato un paper toy dalla design agency Big chief (bigchief.it) che, oltre ad essere la mascotte della campagna, può essere stampato e montato da chiunque. Costruirlo è semplicissimo: basta stampare il layout, ritagliare lungo i bordi, piegare e incollare. “Il Super Eroe trova il suo habitat naturale sulla scrivania dell’ufficio,sul bancone di un negozio o in casa, ma può anche essere appeso all’albero di Natale come decorazione. Questo paper toy in 3D verrà anche promosso tramite un’azione di viral-marketing attraverso video e social network”

Per la campagna è stato sviluppato un video virale che vi riporto in testa a questo post (nb. è uno Spoof (copia) del viral video “Dove Onslaught“).

Questi i credits:
Creative Director: Daniele Montemale
Video Director: Gaetano Crivaro
Toy Graphic Design: big chief Design
Seeding: Daniele Montemale
Site design: cartaematita
Released: November 2007

Complimenti a Terre des Hommes e, come sempre, in bocca al lupo!


23
Nov 07

I Pezzi Mancanti dell’American Strike.

WGA
Non so se state seguendo la vicenda dello sciopero indetto dalla Writers Guild of America (WGA), associazione di categoria degli Script Writer americani che raccoglie circa 12 mila iscritti. Credo di si perché da giorni non si parla di altro, più precisamente dal 31 ottobre scorso quando è cominciata la battaglia per le nuove regole da inserire nel rinnovo del “contratto di servizio”. I writers americani vogliono essere pagati anche per lo sfruttamento dei loro prodotto online cosa che fino ad oggi non è quasi mai accaduta. Il web non era contemplato nei precedenti accordi per cui le major potevano lucrare sulla ridistribuzione online dei contenuti senza riconoscere nulla agli autori. La richiesta di fondo è più che corretta essendo ormai Internet diventato un canale distributivo a tutti gli effetti, da tempo contemplato in tutti gli accordi di cessione dei diritti come realtà a se stante. I Writers chiedono che venga loro riconosciuta una percentuale di ricavi sul prezzo reatail dei film e serie TV venduti tramite servizi come iTunes, e una percentuale delle revenues pubblicitare sull’advertising programmato sui video di film e serie TV in qualche modo “visualizzate” online (streaming, progressive download, …). La percentuale su cui si è aperto lo scontro frontale è del 2.5%. Non poco.

Un interessante articolo apparso qualche giorno fa sul NewYork Times sottolinea però come questa situazione abbia in realtà già almeno un precedente particolarmente significativo che farebbe pendere l’ago della bilancia proprio verso le richieste dei Writers. Stiamo parlando di “LOST: Missing Pieces” di cui avevamo dato notizia qualche giorno fa. Trattasi di brevi pillole dalla durata di 2/3 minuti che rivelano particolari inediti sulla vita dei principali personaggi di LOST consentendo, secondo gli autori, di scoprire nuovi significativi particolari sulla storia. E’ un produzione vera e propria, non il rimontaggio di scene tagliate, ed ha richiesto quindi una apposita operazione di scrittura. Bene, la produzione ha pagato i Writer di ogni episodio (che sono nomi noti del mondo della scrittura USA) una cifra intorno agli $800, ottenendo in cambio il diritto di sfruttare il prodotto sui telefonini dell’operatore Verizon per 13 settimane. Superato questo periodo la riproposizione degli stessi episodi sui cellulari o la loro messa in onda su altri media, Internet inclusa, porterà nelle tasche dei Writer dal 1.2 al 2 per cento delle fee ricevute dalla produzione per licenziare il materiale.

Questo precedente segna probabilmente il confine delle richieste che la WGA può portare avanti: una flat fee da riconoscere agli scrittori per un primo significativo periodo di licensing e quindi una percentuale intorno al 2% per lo sfruttamento della coda su qualsiasi media si vada ad attivare. Se effettivamente ci si dovesse attestare su queste cifre saremmo di fronte ad un enorme e fondamentale riconoscimento di quanto ormai il lavoro svolto per produrre un contenuto vada a generare valore per un periodo virtualmente infinito di tempo, su qualsiasi mezzo esso venga distribuito.

— L’articolo del NY Times.
— Il sito della WGA.
— Le puntate di “Lost: Missing Pieces”.


23
Nov 07

WiMax Il TAR può ancora salvarlo.

wimax Ricevo e riporto con piacere un comunicato dell’associazione Anti Digital Divide che sta combattendo negli interessi di tutti noi una battaglia sulla regolamentazione dell’assengnazione dei diritti d’uso del WiMax che come sappiamo è una tecnologia fondamentale per lo sviluppo delle telecomunicazioni di nuova generazione.

Il 22 Novembre 2007, ha segnato un passo importante nella storia di Anti Digital Divide come associazione. Siamo stati infatti rappresentati dentro le famose stanze del TAR del Lazio, per appoggiare il ricorso della società MGM contro il regolamento per l’assegnazione di diritti d’uso di frequenze per sistemi Broadband Wireless Access (BWA) nella banda a 3.5 GHz, in una parola Wimax, stabilito dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, AGCOM. Non una protesta, non una lettera aperta, ma una vera e propria azione concreta per tentare di salvaguardare una tecnologia che qualcuno evidentemente vorrebbe morta già sul nascere. Nel regolamento non è prevista alcuna priorità per la copertura delle zone non raggiunte dalla banda larga e la mancata esclusione di Telecom Italia e degli operatori UMTS, permetterà a questi soggetti di monopolizzare anche il mercato del Wimax. Questo Regolamento è stato gestito a senso unico, non ascoltando coloro che avevano partecipato alle consultazioni pubbliche, noi compresi. Ma fare dietrologia sarebbe piangere sul latte versato. La lista delle contestazioni è molta lunga, c’è molto da dire sul WiMax, speriamo di aver modo di discuterne in tutte le sedi possibili.

La decisione del TAR dovrebbe arrivare entro pochi giorni o addirittura poche ore, mentre il web si è mobilitato per scongiurare che il Wimax venisse monopolizzato dai soliti noti, TV e giornali hanno ignorato il tema, salvo qualche eccezione come la trasmissione di RAI UTILE a cui ha partecipato anche ADD, forse questo disinteresse è dovuto al fatto che i maggiori inserzionisti pubblicitari delle TV e dei giornali più importanti sono proprio gli operatori telefonici che trarrebbero vantaggio dalla modalità scelta da AGCOM e Ministero delle Comunicazioni per liberalizzare il Wimax. ADD invierà un comunicato sperando che sia dato a questo tema il risalto che merita, visto l’importanza che può avere il Wimax nella liberalizzazione del mercato e per la riduzione del Divario Digitale.

Ci auguriamo che il TAR accolga il ricorso e le motivazioni di associazioni, provider e di migliaia di utenti che hanno firmato sul web due petizioni che hanno raccolto più di 220 MILA FIRME.

La news completa con in dettaglio le motivazioni che hanno spinto ADD ad intervenire presso il TAR è visionabile qui.


22
Nov 07

TV On Demand e Lunga Coda.

VoD

Guardate il grafico in testa a questo post. E’ l’ultima previsione fatta da Screen Digest sull’andamento della TV on-demand in Europa. Oggi giorno solo l’8% degli spettatori TV in Europa è abbonato ad un servizio VOD (Video-On-Demand). Se si confermerà il fattore di crescita che sta caratterizzando questi ultimi mesi nel 2011 dovremmo arrivare ad una penetrazione di oltre il 20% (quasi il 30% se vogliamo essere particolarmente ottimisti) per un valor complessivo stimato intorno ai 3 miliardi di euro l’anno. Il problema della diffusione dei servizi VOD in Europa è prevalentemente legato ad una questione di costi: la televisione nel vecchio continente viene generalmente distribuita per via terrestre o via satellite. I servizi VOD quindi sono ancora strettamente legati alle offerte IPTV patrimonio esclusivo dei Telecom Operator. Ma questa situazione, grazie alla diffusione del broadband, è destinata progressivamente a mutare visto che si stima che nel 2011 dei circa 34 milioni di case che verranno servite da servizi VOD “solo” 14 milioni avranno aderito ad offerte IPTV.

Scenario molto differente è quello americano dove la trasmissione via cavo del segnale telvisivo ha da sempre una diffusione enorme (storicamente per far fronte alla vastità ed alla complessità del territorio americano in un epoca in cui i satelliti erano ancora al di la dall’essere un mezzo di trasmissione diffuso ed economico) e quindi i servizi VOD sono ormai considerati delle vere e proprie commodity, largamente diffusi e discretamente economici.

Ad ogni modo, il dato più interessante che emerge dalla ricerca appena pubblicata è quello indicato con il colore “celeste chiaro” nel grafico sopra riportato, ovvero l’incidenza del film cosiddetti “di libreria” rispetto ai blockbuster. I film di richiamo sono stati per lungo tempo il principale contenuto proposto da tutte le offerte VOD Europee arrivando però ad essere largamente superati dai contenuti sportivi già lo scorso anno. Ce ne siamo accorti anche qui in Italia quanto sia largamente più profittevole (e di conseguenza più curata) una buona offerta Calcio rispetto ad esempio all’offerta Cinema (sia SKY che il DTT sono degli esempi lampanti di questa differenza). Ma il dato interessante è appunto la progressiva avanzata di tutti quei contenuti cinematografici d’archivio, la famosa lunga coda dei contenuti, tutto quel materiale normalmente relegato al dimenticatoio, a programmazioni tardo-notturne o a repliche estive che con la digitalizzazione della distribuzione assumerà invece nuovo valore. Nel 2011 la coda dovrebbe pesare oltre il 6% del totale. Siamo lontani dal 30% postulato da Anderson ma se sommiamo a questa cifra anche la cosiddetta TV a la carte, ovvero i contenuti TV d’archivio in modalità VOD, la stima è di superare quota 18%. Una ottima fotografia di come il mercato televisivo classico evolverà nei prossimi anni rimescolando pesantemente i valori in gioco.

— Il PDF della sintesi della ricerca Screen Digest.


21
Nov 07

Il set-top-box per la Google TV.

google tv Il teorema che lancia Techcrunch è tanto semplice quanto affascinante: Google starebbe lavorando ad un progetto simile ad Android (se non proprio un’estensione di Android) anche per i set-top-box televisivi. Un sistema aperto, basato su Linux e con delle librerie Java, che possa essere adottato da qualsiasi produttore di decoder per dotarsi di un sistema televisivo di nuova generazione. Un mondo capace non solo di rappresentare alla perfezione tutte le esigenze di un moderno telespettatore ma anche di accogliere un numero potenzialmente infinito di applicazioni sviluppate da chiunque abbia un minimo di fantasia, capacità tecnica ed intraprendenza. Android TV, chiamiamolo così, sarebbe un sistema che vivrebbe in stretta simbiosi con le attuali piattaforme Web e Mobile sviluppate da Google, cosi da rendere l’esperienza sul televisore di casa assolutamente integrata con questi universi.

Raccontata così sembra veramente una grande opportunità, un po per tutti: Google, gli utenti/spettatori, gli sviluppatori, i produttori di box, ed anche per i network televisivi che potrebbero avere un crescente interesse verso un mondo da sempre troppo arido e chiuso dentro mille varianti dello stesso tema. Ma forse chi ne godrebbe di più sarebbero gli investitori pubblicitari che potrebbero vedere nei Google Box degli oggetti fantastici dove poter finalmente pianificare pubblicità interattiva di ultima generazione. Si, perché in fin dei conti, al di là dell’apprezzabile filosofia “Don’t be Evil” che i Google guys continuano a propinarci il vero senso di tutto quello che Google sta facendo è proprio nell’advertising. Le intenzioni iniziali di Sergey e Larry sono state rispettate, non c’è dubbio, Google è diventata da tempo la più imponente macchina per le ricerche al mondo. Ma il potere è arrivato dalla pubblicità. Se dovessi definire Google oggi probabilmente metterei in secondo piano il suo potere di search engine nei confronti dell’enorme forza acquisita nel controllo della pubblicità.

Android porterà pubblicità nei telefonini. Android TV potrebbe portare le sperimentazioni che BigG sta già da tempo facendo con EchoStar (e Nielsen) su scala planetaria. Il miele per gli spettatori andrebbe ad essere il box aperto, infarcito di qualsiasi servizio online si possa immaginare, integrato con tutti gli universi Internet esistenti. Il prezzo da pagare, come già accade da sempre su web, sarebbe trovarsi ogni tanto della pubblicità: non intrusiva e, soprattutto, contestuale. Quindi un qualcosa che in fin dei conti non disturberebbe più di tanto come non disturbano gli sponsored link che popolano i risultati delle ricerche su Google.

Ma di quali componenti dovrebbe comporsi Android TV per essere veramente credibile? Di certo di funzionalità di tuning (sintonizzazione) in multi standard (per l’Europa DVB-T,H,C,S,…), EPG (guida elettronica ai programmi, con un sistema di injection dei dati il più aperto possibile), di PVR (time-shifting, serial recording, …), IPTV (quindi supportare il multicast, possibilmente anche over-the-top per svincolarlo dalle restrizioni degli operatori), P2P (anche qui con un astrazione rispetto al reale protocollo usato), LCN (per eseguire l’ordinamento dei canali secondo i dettami nazionali).

Dovrebbe quindi supportare le Smart Card e la Common Interface oltre a tutti i più recenti protocolli ed algoritmi crittografici. Per finire, dovrebbe avere una dinamica solida per il controllo del ciclo di vita delle applicazioni

Tutte problematiche che personalmente ho avuto modo di affrontare nei quasi due anni di lavori sui tavoli del DVB, soprattutto riguardo lo sviluppo del MHP il “sistema operativo” attualmente in essere dentro gran parte dei decoder DTT venduti in Italia ed in Europa. Problematiche complesse, spinose, soprattutto perché molto spesso vanno a toccare temi molto delicati sui quali per trovare un comune accordo è sempre necessaria molta diplomazia. Android TV spazzerebbe via tutto, probabilmente facendo tesoro del lavoro già fatto, dal DVB, dal ATSC, dalla SUN etc. Dovrebbe diventare nei sogni, che stiamo solo immaginando Google possa avere, il sistema universale, che tutti potrebbero customizzare per le loro esigenze rispettando però un forte nucleo comune che garantirebbe la compatibilità, l’interoperabilità e la possibilità di pianificare ADV (per Google). La TV interattiva non sarebbe ne MHP ne altro. Non servirebbero più AppleTV o simili, ne probabilmente console da gioco Arcade: tutto potrebbe essere concentrato in un’unica architettura che gli attuali produttori di box, così come eventuali ed auspicabili newcomers, potrebbero implementare senza costi per lo sviluppo e la manutenzione del software.

Non c’è che dire è uno scenario molto molto affascinante e c’è che da augurarsi che da sogno possa trasformarsi presto in realtà. Una certezza però l’abbiamo: la prossima fase non sarà quella di Internet sul televisore di casa ma di Internet in tasca. Osserviamo quindi con massimo interesse le evoluzioni di Android per capire cosa ci riserverà il futuro per il nostro salotto.

— L’articolo originale di TechCrunch.


20
Nov 07

Kindler garden.

La notizia impazza su tutti i principali blog americani: Amazon ha lanciato un suo lettore di libri elettronici, un eBook Reader. Appena ho visto la foto sono rimasto di stucco: orrore e raccapriccio. Un oggetto di una bruttezza disarmante, almeno in foto. Ho poi incominciato a leggere diversi articoli in merito compresa la diretta-via-blog dell’evento di presentazione che ha visto protagonista lo stesso Jeff Bezos.

Kindler

Il mio dubbio era: perché Amazon, realtà di grandissimo successo, solida ed in continua espansione ha voluto infilarsi nel pericolosissimo tunnel dei dispositivi hardware? Mi direte che gli eBook sono il futuro dei libri e fin qui siam d’accordo anche se è da vedere di quale futuro stiamo parlando visto che di morte della carta se ne parla da decenni. Ad ogni modo il modello di Amazon sembra essere quello Apple: presidiare tutta la catena creando un cortocircuito ad hoc tra il mondo digitale e quello fisico. Di eBook reader sul mercato ce ne sono, pochi ma ce ne sono. Nessuno però poteva essere integrato in maniera così perfetta la modello di business di Amazon.

Effettivamente l’orrendo Kindler si propone come soluzione semplice ed immediata per tutti i lettori accaniti e non solo di libri ma anche di quotidiani e blog. Per semplice ed immediata intendo una soluzione pensata in prima istanza per i non tecnologici. Sborsata la modica di $399 ci si porta a casa un “enorme” oggetto bianco che è in grado di scaricare in pochi secondi qualsiasi contenuto di nostro interesse. Il tutto senza fili, naturalmente, ma anche senza connessione WiFi. Il trucco è l’utilizzo della tecnologia mobile EVDO in partnership con Sprint senza però costringere l’utente ad abbonarsi a nessun servizio telefonico: l’utente finale paga direttamente Amazon. E paga Amazon sia per il servizio di trasporto dell’informazione (la connessione cellulare) sia eventualmente per il contenuto (libri, newspaper).

Chi l’ha provato l’ha trovato molto meno peggio di quel che appare ma ancora lontano dall’esser l’Oggetto universale che sostituirà la carta. Poco male, non è questo il punto. Ciò che di interessante ha questa operazione è per l’appunto la fortissima somiglianza con la strategia vincente adottata da tempo da Apple (e se vogliamo, è lo stesso principio che Amazon applica per il servizio di video-on-demand “Unbox” in patnership con TiVo). Presidiando tutti i punti della catena del valore si riesce a tenere tutto sotto controllo, migliorando il servizio e generando al contempo più revenues. Peccato, anche in questo caso, che non sia un servizio aperto ma che libri e riviste siano venduti sotto DRM, protetti quindi e sbloccabili solo all’interno del giardino chiuso di Kindler.

Personalmente non credo che Kindler farà molta strada, almeno così come è concepito, e non credo neanche che Amazon -come Apple- sia sufficientemente potente per imporre al mercato un unico DRM per la “carta”. Bezos dice che l’industria dei libri e dei giornali non è ancora pronta per una distribuzione libera da vincoli. Forse è vero, e forse è vero che è necessario creare prima un forte presupposto di business prima di provare a forzare la mano. Vedremo, anche se quotidiani, magazine e gli stessi blog non avranno bisogno di appositi reader per trovare un modello di sostenibilità convincente (sarà la pubblicità a garantire tutte le revenues). Altro discorso per i libri per i quali credo ci vorrà ancora molto tempo perché si possa pensare di liberarsi definitivamente dalla carta, nonostante oggetti come Kindler promettano un esperienza visiva, tattile (e in futuro anche olfattiva) del tutto paragonabile.


20
Nov 07

Le notizie del 20.11.07


19
Nov 07

Tech Stuff in DVD.

Appena arrivato il DVD da QOOB non ho potuto resistere alla tentazione, l’ho scartato, infilato nel XBOX e ho premuto “Play All” per spararmi tutte di fila le puntate di Tech Stuff. Uno spettacolo nello spettacolo.

tech stuff

Avevo già avuto modo di parlare di “Tech Stuff” la prima serie televisiva ideata da un utente di QOOB, Tobor Experiment (il suo vero nome è Giorgio Sancristoforo) e prodotta dalla QOOB Factory, lo staff dedicato alla scoperta dei talenti in ambito audiovisivo. Tobor Experiment si è fatto notare in Rete per il suo genio creativo, grazie a un irresistibile cortometraggio in chiave comica di Star Wars ed è stato quindi contattato da QOOB per la realizzazione di una serie tematica sulla musica elettronica. La serie ha fatto la sua comparsa sulle frequenze di QOOB a fine 2006 e ad aprile 2007 è stata anche proposta in lingua inglese per il sito e la tv nella versione internazionale.

Ecco come la serie viene descritta nel comunicato stampa per il lancio del DVD.

“Tech Stuff” è una serie di mini-documentari a puntate sulle tecniche, gli artisti e gli strumenti più bizzarri che hanno fatto la storia della musica elettronica. Dieci episodi che esplorano l’invenzione del theremin e la nascita dei moderni sintetizzatori, i nastri magnetici e il vinile, la musica concreta e le drum-machine. Perché band come Chemical Brothers e Daft Punk usano strumenti di trent’anni fa? Cosa sono il theremin, il moog e la musica generativa? Come funziona un filtro? Come viene digitalizzato un suono? Chi erano Robert Moog e Lev Termen? La musica elettronica esisteva negli anni ‘20? Come viene stampato un disco in vinile? Cosa ci aspetta in futuro?

A queste e a molte altre domande risponde “Tech Stuff”, con immagini di repertorio, rarità, performance e interviste dedicate agli smanettoni e ai curiosi del suono. Ogni episodio, della durata di 4-5 minuti, mischia le immagini, le interviste e gli estratti di video musicali con tutorial, dal tono tra il divulgativo e l’umoristico, sul funzionamento delle attrezzature elettroniche.

Tutti gli episodi della serie Tech Stuff sono naturalmente visibili sul sito QOOB.tv per altro in buona qualità, ma il DVD è decisamente l’oggetto ideale dove raccogliere questi straordinari contenuti. Innanzi tutto è un oggetto molto ben confezionato che porta a corredo un completo book sulla Storia della Musica Elettronica realizzato in doppia lingua ITA/ENG, un testo da leggere a compendio degli splendidi contenuti video che finalmente è possibile vedere con comodità sul televisore ad una qualità decisamente superiore a quella proposta sul web. Quindi il prezzo: il “cofanetto” costa la modica di 14 euro, una cifra ridicola se paragonata al prezzo dei DVD oggi sul mercato e ancor più ridicola considerando lo spessore dei contenuti.

Un opera imperdibile per tutti gli appassionati di musica, un culto per gli amanti della musica elettronica e per tutti i musicisti moderni. Decisamente un prezioso regalo per le prossime feste. Attendiamo ora nuove produzioni dal grande Giorgio Sancristoforo. Olè!

— La serie “Tech Stuff” su QOOB.


19
Nov 07

Le notizie del 19.11.07


16
Nov 07

20 anni di The Joshua Tree, gli U2 fanno promozione con un virale.

Sono passati 20 anni dall’uscita di The Joshua Tree, sembra ieri ma sono già nate due generazioni. Per festeggiare gli U2 stanno per far uscire una riedizione di Joshua Tree rimasterizzata-e-corretta, presentata naturalmente in varie salse: da un triple con 2 CD e 1 DVD ad un imperdibile doppio vinile.

Per ufficializzare al mondo l’imminente uscita il sempre verde Bono ha ben pensato di pubblicare su Facebook, attraverso l’applicazione iLike, una video dichiarazione + una performance live di un brano inedito che doveva essere nel capolavoro degli U2 del 1987. Si chiama “Wave of Sorrow” e per tutti gli appassionati non rimane che ascoltarla sempre più consapevoli di quanto ormai la musica si sia definitivamente trasferita online.


16
Nov 07

Le notizie del 16.11.07