E’ uscito Link Telefilm.

Nell’anno record della presenza dei telefilm in televisione, “Link. Idee per la televisione” approfondisce gli aspetti meno noti del fenomeno sfornando un numero veramente eccezionale. Sarà che i format TV (Net TV) sono ormai il nuovo oggetto delle mie ricerche e che le serie TV sono il contenuto d’intrattenimento che consumo di più ma il nuovo numero sui Telefilm di Link è veramente totale. Elena e Fabio (vi aspetto a Roma!) d’altra parte hanno confezionato in questi anni una sequenza impressionate di volumi di grande valore.

link telefilm

Dal 2000 il numero di ore dedicate ai telefilm in prime time è notevolmente aumentato, per le reti Mediaset dal 9% a quasi il 27% sul totale della programmazione, mentre Rai passa dall’8% al 9%. Sulle reti satellitari a pagamento, insieme a cinema e sport, i telefilm sono il genere di maggior traino, al punto che Fox li utilizza per riempire ben tre canali. Link analizza dall’interno le ragioni del successo dei telefilm. Dice Freccero (grande ospite lo scorso 25 maggio) nel suo contributo:

In generale i nuovi telefilm americani tendono a costruire uno spaccato della società. E lo fanno con una sensibilità, una capacità di sintesi, molto superiore agli strumenti tradizionali: informazione, reportage, inchiesta sul campo. Non catturano infatti la realtà, ma l’immaginario collettivo, sono la spia dell’inconscio che cova sotto il susseguirsi degli eventi quotidiani. In questo senso anticipano le fobie, gli umori, le speranze del pubblico a cui sono rivolti.



Se la forza delle serie tv è evidente, meno noto è il sistema produttivo che le genera. Un’industria conosciuta solo superficialmente. Per questo Link gli dedica un’intera sezione, all’interno della quale potrete scoprire qual è il processo produttivo che uno script deve superare per diventare una serie tv: dal pilot alla programmazione sui network alla vendita all’estero dei diritti. Domande quali: come nasce una serie? Gli episodi di una stagione sono girati prima della messa in onda sui network o durante? Perché le stagioni sono composte proprio da 24 episodi? Esiste davvero il pubblico che guarda le sitcom dal vivo? Cosa sono gli LA Screenings? Troveranno finalmente una risposta da produttori (John Wells ER e Greg Garcia My Name is Earl), distributori e broadcaster, italiani e internazionali. Eccovi un assaggio:

So perfettamente come My Name Is Earl finirà. Ho pensato alla sua conclusione già mentre scrivevo il pilot. È una conclusione che poteva arrivare dopo quattro episodi, se non avessimo avuto successo, o dopo 400, con la stessa efficacia. Credo che quando arriverà il giorno in cui la serie chiuderà, chi ci avrà seguito sarà molto soddisfatto del finale.



Oltre all’industria, abbiamo analizzato lo sfruttamento in tv, in Italia e in Europa; negli ultimi due anni i telefilm sono approdati al prime time di molte reti ammiraglie, quasi sempre si tratta degli stessi titoli, da Dr. House a Lost, da CSI a Desperate Housewives. Ma anche le produzioni europee vivono una stagione di grande successo e visibilità: il mondo delle serie tv è molto più eterogeneo e stratificato di quanto si possa pensare (e non abbiamo parlato dei telefilm asiatici…). Ne offre un esempio l’articolo di Giusto Toni sulle nuove serie di Sua Maestà:

… si sta affermando una scuola inglese che ha trovato una sua strada, per il momento più in Europa che negli USA, e che sta riscuotendo anche grandi successi di critica. Dico di critica perché anche se si parla di una “new wave” inglese, sono piovuti molti Golden Globe, molti premi internazionali e molte nomination agli Emmy Awards, nei network americani le serie britanniche difficilmente fanno la loro comparsa (esclusa la PBS e qualche syndication). Sicuramente gli USA guardano alla produzione inglese come un laboratorio di idee straordinario, che in alcuni casi copiano pedissequamente (la versione USA di The Office è una trasposizione spaziale della serie con Ricky Gervais, per il resto persino le battute sono rimaste uguali), in altri cannibalizzano, prendendo singoli elementi e innestandoli nel loro modello produttivo e di scrittura.



Un’intera sezione è stata dedicata poi al pubblico dei telefilm e alle pratiche di consumo messe in atto dai fan, ormai non più una sottocultura ma un vero fenomeno di massa, come i 20 milioni di spettatori di Lost negli USA testimoniano. Racconta Massimo Scaglioni:

link telefilm back

Lost rappresenta senza dubbio un punto di svolta. Potremmo sostenere di essere entrati in una terza fase nei rapporti fra industria e fandom. Fino all’inizio degli anni ’90, il fandom è stato, soprattutto, una forma subculturale che si genera in maniera autonoma (e in gran parte inattesa) rispetto all’industria: i suoi modelli sono le comunità cresciute attorno a Star Trek e Star Wars, una serie televisiva e una saga cinematografica. Con gli anni ‘90 alcuni tentativi di costruzione di serie di culto hanno successo e durano negli anni – è il caso di X-files – oppure si arenano dopo una stagione di notevole visibilità e successo, come nel caso di Twin Peaks. Per entrambe le serie è evidente l’obiettivo di far incontrare un pubblico ampio e “mainstream” con le fedeli truppe degli appassionati. Lost radicalizza questo tentativo. Perché di Lost non si può che essere fan.

Anche i pubblicitari amano i telefilm, perché meglio di altri generi sono in grado di selezionare il loro pubblico e di fidelizzarlo. Un pubblico pregiato, dal profilo ambito dagli investitori pubblicitari come spiega Carat Expert nel suo articolo:

… a essere particolarmente attratti dalle nuove serie sono proprio gli individui ad alto potenziale tra i 15 e i 44 anni, tanto che i fruitori abituali di questi titoli costituiscono il 61,5% di questa fascia di popolazione (per un totale di 14.716.000 “fedeli”). I telefilm viewers sono 60% donne e 40% uomini, con uno status socio-economico medio-alto e un buon livello di istruzione (il 51,8% possiede un titolo medio superiore e il 10,7% la laurea – dato che sale al 15,4% nella fascia 25-34 anni – contro un 28% e un 5% rispettivamente posseduto dall’audience della tv generalista). Il potere d’attrazione esercitato dalla serialità made in USA risulta ancora più evidente se si considera che questo pubblico, giovane ed evoluto, è proprio quello meno incline alla fruizione televisiva: rispetto alla media dell’audience generalista, i “fedeli” guardano infatti in misura maggiore i nuovi telefilm, ma hanno un consumo minore del resto della programmazione.

E inoltre: telefilm e pop culture. L’evoluzione narrativa del genere. Il racconto multistrand. Il rapporto con la società, la rappresentazione dei cambiamenti e delle trasformazioni dei ruoli sociali. Le astuzie dell’industria seriale del fumetto che trovano applicazione, con i telefilm, sul piccolo schermo. Questi (e altri) sono gli argomenti che trovate all’interno di Link Telefilm.

— Le pubblicazioni di LINK.

— Dove comprare LINK “Telefilm”.

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