Microsoft attacca pesantemente (ed in modo scorretto) Google, la quale però è ormai al centro di mille polemiche e perplessità. Che sia il caso di pensare ad uno “spezzatino” anche per Google?

Sto leggendo con interesse le reazioni della blogosfera americana alla scandalosa provocazione di Microsoft nei confronti di Google durante l’ultima “Association of American Publishers“. Nel corso della conferenza Thomas C. Rubin, (Associate General Counsel for Copyright, Trademark and Trade Secrets di Microsoft Corporation) ha sparato a zero contro Google dicendo che la sua attività di digitalizzazione dell’intera opera libraria del genere umano, è in realtà una immensa operazione fuori legge che danneggia i detentori dei diritti d’autore. Per dimostrare che Google è malvagia Rubin spara alla platea un sillogismo tanto sporco quanto falso: Google ha comprato YouTube, su YouTube c’è materiale pirata, YouTube non ha fatto ancora niente per difendere il copyright, quindi Google è un bandito che in ogni manifestazione minaccia i content owner.

Rubin è assolutamente patetico, Microsoft dovrebbe riflettere su quanto affermato. Seriamente, anche perché su tantissimi altri versanti il colosso di Redmond sta dando convincenti segni di rinsavimento. E’ pericolosissimo iniziare l’inevitabile guerra che si dovrà combattere, giocando subito sporco. E’ pericolosissimo.

Ciò detto io comincio ormai ad essere profondamente insoddisfatto di Google. E’ una società che è drammaticamente scivolata in una spirale che la sta portando ad essere la nuova vera minaccia: dopo IBM, Microsoft, rischiamo di dover temere Google. I problemi sono ovunque, in quasi tutto quello che fa.

Il primo problema è la ricerca. Google trova ancora quello che veramente ci interessa? Sempre meno. E’ un motore privo di semantica, non personalizzato (o molto poco), ai margini della blogosfera. Ma soprattutto è totalmente schiavo dei suoi algoritmi che sono preda di SEO sempre più abili a falsare i risultati delle ricerche: oggi far apparire il proprio sito quando si cercano determinate “parole chiave”, possibilmente tra i primi risultati, non è più un caso ma una scienza. In questo Google deve cambiare, sperimentando nuove logiche, cominciando a prendere in seria considerazione la possibilità di estrarre dai contenuti un significato, avvalendosi anche del contributo della gente. Un motore semantico “distribuito”, permetterebbe classificazioni oggi impossibili. Se questo principio si fondesse con una dimensione personale potremmo finalmente arrivare ad abbattere la barriera d’accesso ai contenuti posta dall’immensità della rete. In questo modo verremmo “circondati” da contenuti di nostro interesse, senza essere più costretti “alla ricerca”, con il dubbio costante di avere una visuale parziale, distorta, spesso inutile.

Il secondo problema è l’ambiguità. La polivalenza della sua missione, il voler essere contemporaneamente contenitore e contenuto. Per capire a cosa mi sto riferendo basta riflettere sul funzionamento del motore di ricerca, o meglio delle sue varie “specializzazioni”. Google parte come puro motore di ricerca di siti internet: si scrivono due tre parole, e si trovano siti affini, ordinati per rilevanza. Ok. Si passa quindi alle immagini, stessa storia: si cerca e si trovano immagini della rete. Fin qui tutto bene, ma se si passa al video cosa succede? Se cerchiamo su Google sotto la “voce video”, ad esempio, troviamo solo contenuti di Google Video e di YouTube. Perché?? Perché in mezzo a ricerche “su tutto”, si hanno delle ricerche solo su prodotti Google? Non c’è nessun motivo. O almeno, nessuno se il proprio unico obiettivo è fare lo sporco lavoro di motore di ricerca meglio di chiunque altro. Il perché Google lo faccia è evidente, ma non è un comportamento corretto. Microsoft è stata costretta a pagare ingenti quantità di denaro (anche) perché nei suoi sistemi operativi pre-installava il suo Media Player, grazie al quale vende contenuti dal suo shop online. Google Video e YouTube devono essere portati chiaramente fuori dal motore di ricerca. Google deve rimanere un indicizzatore universale che lavora solo su logiche algoritmiche, nella speranza di un domani più “significativo e sociale”. Solo cosi Google potrà rimanere credibile, anche quando dice di voler indicizzare tutti i libri della terra al solo scopo di ricerca. Rubin è stato scorretto nelle sue affermazioni, ma non c’è dubbio che Google è attaccabilissima su questo versante.

Il terzo problema è il delirio d’onnipotenza. La manifestazione più lucida di questa perdita di controllo è l’ormai corposa suite di web applications che Google ha messo in campo, compresa una sua versione PRO. Abbiamo la mail, l’instant messaging, il calendar, word, excell, a breve power point. Tutto in rete, aperto, disponibile per chiunque e ovunque. Peccato non sia vero. Google sta finanziando pesantemente Firefox che di fatto ormai più che un’applicazione è diventato un sistema operativo. Quella è la piattaforma target, con l’obiettivo (già dichiarato) di implementare diverse funzionalità in grado di far girare le web applications anche offline. Firefox è la piattaforma pensata per assicurarsi la partita contro il principale produttore di applicazioni al mondo: Microsoft che, in questa visione, può tranquillamente continuare a sbattersi quinquenni per sviluppare future versioni dei suoi strabilianti sistemi, tanto tutto girerà su Firefox. E poi, siamo sicuri che le applicazioni Google, a differenza di quelle Microsoft, siano veramente aperte? Avete visto delle API, avete letto di “modalità d’ingaggio”per poter usare la suite come un servizio aperto ed interoperabile? Io no, e tempo che se continuerà così non lo leggeremo mai.

Mi chiedo: non è forse arrivato già oggi il tempo di pensare ad uno “spezzatino” anche per Google? Una società per il motore di ricerca, una per l’advertising, una per le applicazioni, una per la Net TV.
Io comincio ad avere il sospetto di si.

— L’intervento di Thomas C. Rubin alla “Association of American Publishers”.
— Esempi di pagine censurate da Google.
— Il sito Goolge Masterplan.
— La definizione di Net Sofwtare su Undoblog.

Technorati , , , , ,

8 thoughts on “Microsoft attacca pesantemente (ed in modo scorretto) Google, la quale però è ormai al centro di mille polemiche e perplessità. Che sia il caso di pensare ad uno “spezzatino” anche per Google?

  1. ..Interessante post! A volte mi chiedo se stessimo creando un "moostro" onnipresente ed onniscente . Se si fa caso al numero di redirect ai vari servizi d'analisi dei dati quando si apre una pagina, ci si impressiona. Incrociando tutte queste informazioni si delinea molto più dei soli gusti dell'utente. E il tutto chiaramente non è per spirito filantropico, i fini commerciali sono sempre più evidenti.. L'apparente gratuità utilissima alla diffusione di un prodotto, piano piano viene integrata con servizi "premium", che inducono a pensare che le soluzioni di base sono ormai obsolete…

  2. Google è pericoloso. E oramai cominciano ad esserci argomenti solidi (non come quando lo andavo dicendo io… che potevo solo lamentarmi della potenza di calcolo e archiviazione che ipotizzavo Google potesse avere; e mi prendevano per pazzo). E dovrebbero cambiare il payoff (com'era? Don't be nasty? Don't be evil?). Però non credo sia già tempo di spezzatino… io più che di preoccuparmi delle dimensioni di Google andrei ad agire con regole e procedure che devono essere applicati da tutti (Microsoft e IBM incluse). Ad esempio sul diritto d'autore e i brevetti… la privacy… il pagamento delle tasse… stai sicuro che se si ponessero dei paletti etici più consistenti, questi da soli basterebbero a equilibrare… il problema è capire QUALI paletti, soprattutto se si pensa che si debba fare il minor numero possibile di regole.

  3. Il problema quando si parla di paletti, regole e procedure è che la rete è una, gli stati con le loro leggi, regole e paletti sono tanti… o vogliamo un'Internet italiana diversa da quella USA o UK? Il discorso non è certo nuovo…

    Ancora, chi deve decidere in merito a queste regole e paletti? Chi ha le competenze per farlo? Chi deve (può) farli applicare? A livello europeo?

    Meglio lasciar fare la Federal Trade Commission e il Dipartimento di Giustizia americano, loro che almeno "possono"? Mah… e che effetti avrebbero queste regole sullo sviluppo e sull'innovazione nei paesi che le dovessero applicare?

    Ho fatto solo domande perchè naturalmente le risposte non le ho…

  4. Pensavo… si potrebbe piuttosto pensare ad una campagna di sensibilizzazione tipo save-the-internet.com (non tipo Google plan, che però forse è servita a qualcosa). In fondo quello che vorremmo è una Google Neutrality

  5. Un post molto interessante, anzi, DUE post moto interessanti, perché questi sono due post; per la precisione mi sembra che la prima parte sia stata messa a contraltare della sconda, che è poi quella che ti interessava effetivamente.

    Sbaglierò, ma la mia percezione è questa. Comunque, liquidata la parte Microsoft, che mi vede concorde, su quella Google ho meno preoccupazioni, perché vedi, Microsoft ha costruito il suo monopolio su una suite di prodotti (perché è su Office che si basa il monopolio di Microsoft) lasciata volontariamente crescere illegalmente, per poi chiudere lentamente il rubinetto al momento giusto, ed ora difficilmente scardinabile dalle abitudini di noi tutti.

    Google, al contrario, sta creando un metamondo completamente on line, che nessuno è effettivamente obbligato ad utilizzare. Ora è chiaro, tutti si buttano sui servizi Google soprattutto perché gratuiti, però il giorno che questi dovessero divenire a pagamento, stai tranquillo che le persone valuterebbero i pro e i contro. E' un gigante, è vero, ma sta là, non nei nostri computer, e se nun ce và, se ne potemo annà.

    Preoccupiamoci invece dei giganti che stanno quà, nel senso del nostro paese, e che stringono le mano giuste per avere le persone giuste al posto giusto e poi ottenere commesse inutili per applicazioni member canis, con il risultato che in italia non può nascere una Apple, Microsoft, Yahoo, My space, Google, un You tube; niente di niente. Questo è il nostro karma, questa la nostra condanna; il poter solo guardare il mondo che si evolve.

  6. @Michele e Pietro (segue @CdV)
    Rispondo in ordine quindi prima a Michele e Pietro. Credo che il caso Microsoft ci debba obbligatoriamente aver insegnato qualcosa. Oltre Excell, Microsoft ci ha regalato una grande lezione, dandoci una chiara visione di quello che succede se si lasciano andare i cavalli a briglia sciolta. Le amministrazioni americane dei primi 15 anni di vita della “creatura” di Gates hanno trasversalmente appoggiato una politica protezionista, senza nessun pudore. Temevano i giapponesi, o semplicemente faceva parte del mood dell’epoca quando il positivismo assoluto era il credo e l’apoteosi americana senza confini. Era la fine dei settanta, e tutti gli ottanta. Attenzione perché anche all’epoca non si è solo fatto finta di non vedere, ma si sono create ad arte molteplici condizioni favorevoli. Quando si è arrivati al collasso interno e all’esplosione del problema in territorio extra statunitense, allora si è stati costretti a richiamare il problema.

    E attenzione, perché in questa analisi è da tempo che sostengo che il freno a Microsoft sia stato uno dei motivi della cosi rapida espansione di Internet. Quando MS ha incominciato ad avere una situazione senza competitori nel marcato interno, e con una comunità extra americana (non solo europea) che aveva finalmente colto la minaccia ed intuito le poco nobili manovre che erano state messe in atto, solo allora si dovette porre un freno. Microsoft entrò in Apple, cominciò a diffondersi il world wide web fondato su protocolli non sensibili al controllo dei soliti ignoti, e fino a quando non arrivò una nuova minaccia dal giappone con la PlayStation della Sony, Microsoft è rimasta sostanzialmente a “morto a galla” mettendoci addirittura 5 anni per realizzare una nuova versione del suo sistema operativo. Probabilmente questa è stata la soluzione che si è silentemente accettata: che Microsoft tirasse il fiato, uscendo da molti tavoli. Un’azienda che era a quel punto chiamata a gestire sapientemente il controllo, tenuta sempre pronta per poter scattare alla bisogna. Ma per Microsoft, all’epoca, si parlò – tanto quanto – di spezzatino: una società per il sistema operativo, una per le applicazioni, una per il multimedia, una per il customer service, e probabilmente ne furono ipotizzate altre che non ricordo. Ma cosa significa fare uno spezzatino? A parte il termine orribile che mischia l’immagine di un ottimo piatto con una bruta operazione industriale, spezzatino significa distruggere la società, e quindi la sua missione, creandone tante altre più piccole, con obiettivi specializzati. In questo modo ogni singola azienda compete alla pari nel suo settore, senza beneficiare della forza di gruppo. Una politica di riequilibrio, coraggiosa e onesta. Totalmente impraticabile naturalmente, perché di base – è inutile negarlo – si distrugge la società. E’ evidente che la missione di Google, cosi come quella di Microsoft, è sempre stata di far fruttare al massimo la natura multi core che le contraddistingue. Una mano lava l’altra. Improvvisamente cosa gli diciamo a Google, che non è più vero niente, e che esisteranno al suo posto tante piccole teste? Quindi esiste un problema di regole. Ed esiste in molte nazioni, in molte unioni, ed è difficilmente risolvibile. Il punto è che non dovrebbe doversi porre il problema. Se volete è come tanti nostri problemi nazionali, per i quali da anni ci interroghiamo su possibili soluzioni, non essendoci preoccupati mentre nascevano. Non esiste un codice di regole condiviso su questi temi, anche perché in molti posti al mondo ancora non esistono proprio regole. Cosa si potrebbe fare, si dovrebbe evitare che sia lecito aggregare somme di potere cosi consistenti: finanziari, d’opinione, di controllo. O semplicemente si dovrebbe rendere comune ciò che comune è per sua natura: onore agli ex giovani ragazzi di Google, ma non mi sembra cosi saggio – e lo stiamo vedendo – rendere grazia ab eternum ad un singolo, su un terreno che è d’interesse globale. Forse la soluzione, anche questa volta, è nel mezzo: a metà tra l’una e l’altra. Vorrei credere che a questo equilibrio si arriverà, prima o poi, per naturale evoluzione di libero mercato, ma non riesco ad esser certo che le regole del gioco non siano falsate.

    @CdV
    Rispondendo a CdV: hai ragione il post ha volutamente due anime. E’ che non sopporto – mai – quando l’asino dà del cornuto al bue. Avrei tanto voluto parlare solo di Google, e credimi era da tempo che ci stavo pensando, ma non ho potuto esimermi dal sottolineare l’ennesima caduta di stile di Microsoft. Ad ogni modo il vero centro è Google, e lo è nel suo complesso. Io quello che comincio a temere è l’enorme potere che sta acquisendo con la progressiva convergenza dei media. Come dice Pietro, io voglio una Google Neutrality. Se lo spezzatino non è praticabile, che si distacchi almeno il motore di ricerca. Entrando nello specifico delle Apps, io credo che il confine tra off-line e on-line stia per cedere. Non manca davvero molto a quando, offline, avremo solo ciò che “stiamo lavorando”. Quindi, sospetto che con il potere che Google ha in questo momento, possa esserle relativamente facile spostare considerevoli quantità di persone all’interno delle proprie applicazioni. Adobe, ad esempio, farà cosi: sia Photoshop che Premiere cominceranno a breve la loro vita online. Ed è li che si evolveranno. D’altra parte, se ci pensi, è solo una questione di distribuzione, è quello che è successo per i CD-ROM: invece di farti installare una copia statica, o al limite autoaggiornantesi del mio software (limitando terribilmente il mio campo d’azione), ti faccio vivere completamente online, ti distribuisco i servizi ed i contenuti via web, lavorando di cache e di “temporanei” per velocizzare e per consentire un utilizzo “scollegato”. E’ vero quello che tu dici: la gente può scegliere, e speriamo sarà sempre più vero. Ma non considero l’online ormai più un qualcosa di diverso.

  7. Forse hai ragione sullo spezzatino, però senza distruggere la società, basterebbe separare le funzioni di ricerca (da un lato) dall'archiviazione dei contenuti e le applicazioni (dall'altro). Per lo meno in attesa del web semantico…

Leave a Reply to Michele Favara Pedar Cancel reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>