Quali sono le fondamenta del progetto JOOST, quale il suo modello di business? I due giovani vichinghi sembrano avere le idee molto chiare.

 Ly Wired Wired Archive 15.02 Images Ff 94 Trouble1 F Nel numero di febbraio di Wired (sono un po indietro lo so) c’è uno splendido articolo titolato “Here Comes Trouble” che spiega molti particolari del progetto Joost.

Sono circa 150 le persone che compongono il progetto, compresi l’ex chairman della Apache Foundation, l’ex MTV Global marketing director e naturalmente i due vichinghi: Janus Friis e Niklas Zennstrom.

L’intera piattaforma è stata sviluppata usando in maniera prevalente software open source, circa l’80%, che è stato opportunamente ingegnerizzato per funzionare in un contesto unico. Un’esperienza simile a quella che si ha montando vari mattoncini del Lego, cosi la descrivono.

Il modello di business dell’iniziativa è prevalentemente basato sull’advertising. Ma con una distribuzione delle pubblicità decisamente meno invasiva rispetto a quella della televisione tradizionale: 1 minuto ogni ora. Per riuscire a mantenere questi livelli, Joost punta giustamente sul maggior valore che i suoi spettatori arrivano ad avere: è un’utenza più qualificata, profilata, e per la quale si riescono a raccolgiere (in maniera anomima) le abitudini di visione. Si potrà programmare quindi uno spot solo per gli utenti di un determinato show, per quelli che risiedono solo in una zona con un dato CAP, solo come “primo spot della giornata” per ogni utente, etc.

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La tecnologia P2P alla base usa, come su SKYPE e KaZaa, il cosiddetto Global Index una dinamica messa a punto dai due viking per suddividere la rete P2P in diversi tronconi localizzati, cosi da migliorare l’efficienza nelle singole zone. Anche se l’esperienza utente è assimibilabile a quella della TV di flusso, in realtà come già detto Joost usa il P2P per scaricare interi file video da mostrare poi in sequenza. La tecnica è sempre la stessa, ed in questo caso usa suddividere i file in piccole porzioni di 10 secondi l’una (le “parti”) da scaricare e condividere con grande rapidità. La disponibilità di banda che i progettisti hanno considerato durante lo sviluppo è di 500 Kbps (in download), con un consumo stabilito, per il download dei video, non superiore ai 400 Kbps cosi da lasciare 100 Kbps per l’utilizzo di altre applicazioni Internet domestiche (email, web surfing, etc.)

Forti dell’esperienza di KaZaa i nostri si sono ben guardati da aprire la loro piattaforma ai contenuti generati dagli utenti, o più semplicemente hanno sapientemente “non considerato” l’apertura al libero upload dei contenuti. I venti di tempesta che sempre più prepotentemente stanno soffiando sull’ammiraglia Google (dopo che ha finalmente svelato al mondo i suoi piani di conquista globale), sembrano dare ragione alla filosofia di Joost. Una piattaforma aperta ai soli contenuti di qualità, per i quali i diritti di distribuzione vengono regolati a priori. I produttori possono contare già oggi su una vasta gamma di “funzionalità” pensate ad arte per garantire una distribuzione sicura e mirata. Tutto viaggia ad esempio compresso con l’encryption X.509. E’ possibile attivare il Geofiltering per bloccare interi paesi, o semplici zone. Il sistema è già pronto per offrire contenuti in modalità a pagamento: sia in Pay per View che con una formula a Subscription. Quindi tutti i content owner che vogliono aprire un canale di vendita premium online, potranno salire a bordo della piattaforma senza grandi esitazioni, compresi quelli che hanno a disposizione una offerta in Alta Definizione: trasmettere in HD, ma soprattutto ricevere in HD, comporta avere una banda più larga, ma non cosi tanto: già con 2Mbps l’esperienza, assicurano, rimane fluida e gradevole. Per completare l’opera il team di sviluppatori sta mettendo a punto un sistema che consentirà ai produttori di contenuti (o ai newtowrk) di iniettare i video direttamente dentro il sistema.

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L’unico punto ancora aperto è su quale set-top-box riusciranno a far girare Joost, e a quali costi. Ma son convinto che un PC finto box, con Linux, una scheda Video una WiFi ed un hard disk (10 GB solo per la cache) non arrivi a costare più di 150 euro. La macchina sembra già in piena corsa, gli accordi con il National Gegraphics e Viacom (Paramount, MTV, …) di questi giorni fanno capire quanto avanti siano i giochi.

— L’articolo “Here Comes Trouble” su Wired.

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5 thoughts on “Quali sono le fondamenta del progetto JOOST, quale il suo modello di business? I due giovani vichinghi sembrano avere le idee molto chiare.

  1. Ciao!

    Ho letto questo articolo su Wired una decina di giorni fa (sono abbonato al magazine), infatti è davvero interessante e il disegnino quanto mai esplicativo della tecnologia peer2peer per il video!

    Comunque vedere qualcuno che ne parla nella nostra lingua fa sempre un gran piacere!

  2. E' parecchi ormai che provo Joost e ieri mi è capitato di "usarlo" invece che di fare una semplice prova: ho fatto vedere a mia figlia un cartone animato.

    Attendo la soluzione settopbox: sono molto tecnologico e mia figlia sta imparando da me ma preferisco guardare la TV in TV.

  3. Joost è l'ennesima prova dell'acuto senso di e-business dei due vichinghi (come li ha definiti il buon Tommaso!).

    E' quanto mai interessante vedere un embrione di emittente Net TV con un modello di business definito, sarebbe il massimo capire meglio il tutto con qualche numero…presto o tardi arriveranno!

    L'offerta è interessantissima, il mio problema ATM è il tempo per guardarla!

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