L’avvento del WiMax si avvicina sempre di più e credo sia importante continuare a spendere parole sull’argomento prima che vengano rilasciate le prime frequenze destinate a questa tecnologia. Non tanto per il WiMax di per se ma per ciò che rappresenta nel campo delle trasmissioni radio digitali: seppure giovane, è l’anello di congiunzione tra il vecchio packet radioamatoriale e il DTT, tra la trasmissione dati personale e la trasmissione dati industriale. Ed è una convergenza che rende questa tecnologia scomoda, perchè pone un grande punto interrogativo sulle teste di tutti coloro che erano già imbarcati in altre avventure tecnologiche analoghe e contigue. Nessuna tecnologia prima d’ora ha avuto la capacità di far convergere due approcci alle comunicazioni radio così distanti tra loro, di far collassare uno sopra all’altro mercati un tempo completamente divisi, e di trasformare per la prima volta la teletrasmissione in telecomunicazione reale, che come la comunicazione de visu è simmetrica e basata sulla mutua comprensione tra interlocutori; ma soprattuto di metterla alla portata di tutti grazie alla sua economicità. Dico che il WiMax è il primo per vari motivi: la TV è economica ma non è telecomunicazione perchè è asimmetrica e per questo senza possibilità della costante reciproca comprensione tra le parti del sistema comunicativo che caratterizza la comunicazione naturale; Internet è telecomunicazione, ma le tecnologie impiegate fino ad ora – il cavo – sono estremamente costose, al punto che il problema più grande che il Ministro Gentiloni sta affrontando in questi giorni è proprio di trovare un modo per garantire la remunerabilità degli eventuali investimenti sulla rete (obsolescente), e tecnologie asimmetriche nella stragrande maggioranza dei casi; i telefonini potrebbero essere considerati dei precursori a livello applicativo, se non fosse che gli operatori ne hanno strangolato le già poche potenzialità culturali tassando sistematicamente qualsiasi uso se ne potesse fare, e in ogni caso a livello infrastrutturale sono troppo costosi. Invece con chi in questo momento sta pensando al WiFi voglio comunicare con una metafora: mentre il WiFi era un feto con alcuni organi ancora non autonomi – come ad esempio l’incapacità di garantire i livelli desiderati di qualità – il WiMax è un bambino; infante, ma completo di tutte le sue funzioni vitali e con grandi potenzialità.
Il WiMax però attualmente ha un difetto e due problemi.
Il difetto è comune a tutte le tecnologie di trasmissione digitale via radio; ponendo gli attributi di queste tecnologie su una linea immaginaria che va dalla fisica all’economia otteniamo una semiretta: inesorabilmente limitata dal lato della fisica delle onde elettromagnetiche, illimitata dal lato dell’economia. Infatti grazie a varie amenità da scienziati – Teorema di Fourier, Teorema di Shannon-Nyquist, etc – sappiamo che esistono dei limiti fisici invalicabili sui quali possiamo, e non senza sacrificio, solo lavorare per avere al più spazi di manovra leggermente più ampi. Cosa centra con il WiMax? Con un approccio tradizionale, e tenendo conto del fatto che la quantità di frequenza non è illimitata, così come del fatto che il numero di dispositivi da mettere in rete e quindi la densità di questi dispositivi sul territorio è in costante aumento (computer, telefoni, automobili … sensori d’allarme, frigoriferi, lavatrici), viene da se che per soddisfare le necessità di comunicazione dobbiamo aumentare la capillarità delle antenne sul territorio. A questo punto sorge però un problema economico: se la fruizione dei nostri tetti diventa un elemento fondamentale imprescindibile dall’attività dell’operatore, perchè dobbiamo concederne l’uso gratuito agli operatori che ci faranno poi pagare la bolletta usando oltretutto lo spettro radio (bene pubblico indisponibile)? E’ chiaro che sopraggiunge anche qui, come sul cavo, un problema di remunerazione degli operatori; problema che, sempre con l’approccio tradizionale, non può essere risolto a meno di obbligare amministrativamente i cittadini a farlo e quindi aumentare l’iniquità dei governanti nei confronti dei governati. Un’operazione che mina le fondamenta del patto sociale e alimenta inevitabilmente derive anarcoidi pericolosissime, ma originate in questo caso da una sottrazione totalitaria e ingiustificabile di un bene pubblico ai cittadini tutti, e per farne oligopoli di cui pochissimi possono godere. Il primo problema, amministrativo, è di carattere ben più generale e riguarda le frequenze: lo spettro radio è una risorsa limitata ma non esauribile, come gestirla per farne l’uso più profittevole?
Senza un progetto a lunga scadenza che permetta un riordino graduale ma totale dello spettro radio il WiMax rischia di non avere frequenze su cui operare; o comunque di doversi accontentare degli scarti, recuperati a fatica passo dopo passo su segmenti di frequenze distanti tra loro o limitanti le capacità esprimibili dalla tecnologia, come sta accadendo per questa prima banda di frequenze auspicabilmente a disposizione nei prossimi mesi (frequenze che limitano la capacità del WiMax di saltare gli ostacoli). Il secondo problema invece è di natura sociale: una società basata su un etica estremamente solipsistica non riesce a fare sistema, a lavorare secondo le necessarie logiche di convergenza piuttosto che in base a scontri continui promossi a modus operandi standard.
Nei mesi scorsi ho sondato approfonditamente il problema delle TLC interagendo, senza fare sconti a nessuno, con una parte dell’industria nostrana e rilevando una situazione disastrosa. I grandi operatori (fissi e mobili) si limitano a manovrare in silenzio dietro le quinte i fili della politica, questo per determinare a priori un quadro normativo a loro più congeniale possibile; come nella migliore tradizione italiana. I piccoli operatori invece, stremati da anni di mercato profondamente malato – il loro unico fornitore possibile è anche il loro competitor più pericoloso – non hanno dimostrato ne capacità di generare nuove strategie, ne le capacità di aggregazione necessarie a rendersi indipendenti; si limitano dunque a cercare di replicare i pattern dei player più grandi – premere sulla politica – senza però averne le possibilità e dunque fallendo sistematicamente; anche questi dunque seguono la tradizione. Le aziende italiane fornitori degli operatori sono in genere schiacciate nella fossa a più basso valore aggiunto di tutta la catena del valore (system integration) in quanto da un lato (brevetti) sono bloccate dai loro fornitori in genere esteri (Microsoft, IBM, Cisco, etc), e dall’altro lato (providing) dai loro stessi clienti. Nel caso del WiMax (un canale impiega 20Mhz) tutti dunque vogliono la possibilità di usare in regime di licenza individuale (uso esclusivo) una fetta dei 35+35 Mhz che saranno rilasciati nei prossimi mesi ma è fisicamente impossibile che ciò avvenga e dunque la competizione autolesionista potrebbe facilmente creare, nella migliore delle ipotesi, poche piccole vittorie di Pirro.
Al difetto e al primo dei due problemi c’è una soluzione: l’Open Spectrum di David P. Reed, e il conseguente Wireless Commons.
Ma più di una soluzione si tratta di una rivoluzione perchè, come gli altri commons e teorie analoghe – ad esempio, in tema di proprietà intellettuale, gli Alternative Compensation Systems studiati dal Prof. William Terry Fisher della prestigiosa Harward Law School – si tratta di passare da un valore misurato in scarsità, ad un valore misurato in abbondanza. Quando si parla di Informazione è infatti possibile elevare a potenza il valore aggiunto semplicemente garantendo l’uso no-profit delle materie prime – ad esempio lo spettro radio e la proprietà intellettuale – per poi in seconda istanza privatizzare, e dunque monetizzare, l’enorme quantità di valore prodotto dalla naturale collaborazione tra animali sociali. Nel caso del WiMax la strategia che potrebbe portarci addirittura ad un nuovo boom economico – ricordo che le telecomunicazioni incidono sul 40% del PIL – consisterebbe nel creare una normativa che consenta l’uso libero di questa prima piccola banda di frequenze e al contempo però costringa ad un uso collaborativo delle stesse per formare un’unica rete dati. Questo consentirebbe di lasciare in pasto all’ingegno italico una piccola porzione di risorsa su cui i nostri ragazzi possano sperimentare, ingegnerizzare tecnologia nostra, creare dei nostri modelli di business, e così diffondere la cultura dell’Informazione di cui ha bisogno la nostra popolazione. In seconda istanza, cioè quando saranno liberate le pregiatissime frequenze utilizzate per la televisione analogica oramai in phasing-out, replicare i modelli sperimentati per creare una rete dati unica – a cui integrare, perchè no, anche le reti digitali di broadcasting fintanto che queste avranno più prestazioni streaming A/V di quante ne possa esprimere una tecnologia simmetrica – di cui verrebbero date in concessione, in un ottica lucrativa, non le frequenze necessarie a formare la rete, ma piuttosto la sua capacità trasmissiva. Infatti il valore reale di una rete di comunicazione non è nei cavi o nelle frequenze, ma è sia nella capacità intrinseca che questi hanno di trasportare l’informazione, sia nell’informazione stessa – i contenuti – che la rete trasporta. Se la capacità trasmissiva è maggiore, maggiori sono le risorse date in concessione agli operatori e maggiore è la velocità con cui si crea cultura e benessere nel nostro Paese.
Purtroppo per noi però questa è una cultura, come ho delineato nel secondo problema su esposto e come appare ancora più evidente guardando ai 400 milioni che la Difesa ha chiesto alle Comunicazioni per quelle frquenze, che non abbiamo: confondiamo la collaborazione (piano sociale) con la comunione dei beni (piano economico) e questo ci priva di qualunque possibilità di collaborare per avere di più. Temo dunque che anche questa volta – come fu con le radio di quartiere, con le TV di quartiere e con l’Italian Crackdown delle BBS – assisteremo alla distruzione totale di qualsiasi possibilità del nostro popolo di creare rapidamente una diffusa Cultura dell’Informazione di cui far godere i nostri figli. Nel lasciarvi chiedo a voi: se quando eravate ragazzi aveste avuto la possibilità di cimentarvi al microfono di una radio di quartiere, o di giocare davanti ad una telecamera, o magari di incontrare molti più compagni di avventure grazie alla rete Fidonet precursore di Internet, oggi gli interessi telematici dei vostri figli sarebbero limitati ai loghi, le suonerie per i cellulari e il download selvaggio?

Ho letto diversi articoli di
Michele Favara Pedarsi su Punto Informatico che ho trovato illuminati. Ho chiesto a Michele se gli andava di fare quattro chiacchiere con i lettori di questo blog per illustrare le sue tesi, che riguardano anche il futuro della TV. Quello che avete letto è il suo post. Michele è nato a Roma l’anno in cui si sono succeduti 3 papi. Folgorato dal suo C=64 in tenera età, ha frequentato Ingegneria Informatica a Tor Vergata, lavorato come sistemista unix per un decennio, insegnato cablaggi strutturati in ogni angolo del Paese e scritto saltuariamente per
Punto Informatico. Negli ultimi anni la sua attenzione si è focalizzata sulle tecnologie wireless, sulle quali di recente ha iniziato la costruzione di un
centro di competenza.
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