February, 2007


28
Feb 07

Donna TV (Intervista)

In questi giorni sono venuto a conoscenza di un progetto Net TV interamente dedicato alle donne, veramente molto interessante: Donna TV. Per saperne di più ho fatto qualche domanda a Eleonora Selvi, la Direttrice Responsabile di Donna TV.

donna tv

Cos’è Donna TV, ce lo puoi spiegare.
Donna tv è la prima web television femminile significa che è una tv accessibile attraverso internet in modo gratuito e in modalità streaming. Tecnicamente streaming significa che non occorre scaricare i contenuti ma che nel momento stesso in cui si accede al sito si ha di fronte a sè un monitor con un flusso continuo. Dunque una tecnica che facilita l’usabilità. E’ possibile selezionare il canale e all’interno di ciascun canale scegliere dall’archivio il format o il servizio che si preferisce.

Come si compone il vostro palinsesto?
I canali attualmente attivi sono il TG donna, i canali politica, società, cultura e didattica. Presto partirà un canale ad hoc dedicato al nostro format di reportage, Rapporto donna. Ciascun canale contiene più di un format, ovvero dei sottocontenitori: ad esempio nel canale cultura il contenitore “Mnemosine” raccoglie servizi di cultura e spettacolo; un altro format ospitato nella cultura è Virginia e le altre, ovvero piccoli documentari di storia delle donne; il canale sociale ospita format come “identikit donna”, dedicato alle artiste emergenti; “conversando”, una rubrica che consiste in un incontro con esponenti del mondo della cultura, della politica, della società civile per parlare di temi “sociali” nel senso più ampio. Il canale didattica ospita interventi integrali su tematiche femminili e di pari opportunità raccolti in occasione di convegni, conferenze, seminari. E soprattutto ospita l’intera edizione 2006 del corso donne politica e istituzioni oggi rappresentata dalla prof.ssa brezzi. Tutto questo è stato reso possibile da un accordo raggiunto con il rettore. Quest’ultimo tema ci porta a parlare della genesi della nostra tv

Pefetto, come nasce allora il progetto Donna tv?
Il progetto Donna tv nasce nel 2005; quell’anno il ministero delle Pari Opportunità finanziò in varie università dei corsi dal titolo “Donne, politica e istituzioni”, per promuovere le pari opportunità nei luoghi decisionali della politica. Furono migliaia le iscritte che affluirono negli atenei di tutto il paese, desiderose di arricchire la propria preparazione ed avvicinarsi alla vita delle istituzioni. Un’immensa onda rosa sembrò sul punto di prorompere da quegli spazi in cui tante donne si ritrovavano a confrontarsi con impegno e determinazione sui temi più vari legati alla cosa pubblica e sulle ragioni di un rapporto, quello tra donne e politica, ancora fortemente problematico. Fu in una di queste sedi che ci incontrammo. Il 2005 del resto fu un anno particolarmente duro per le donne italiane: prima era venuto il referendum di giugno sulla fecondazione assistita a mortificare loro e la scienza; quindi nella legge elettorale, allora in discussione in parlamento, le norme antidiscriminatorie, ribattezzate con sprezzo “quote rosa”, non trovarono posto: erano osteggiate da un’alleanza trasversale tra molti partiti, in spregio alla sollecitazione a riequilibrare la rappresentanza nelle cariche elettive contenuta nell’articolo 51 della Costituzione italiana. Formammo allora il nostro gruppo, costituito da donne di diversa età, formazione e profilo professionale, con l’idea di tradurre la passione e la rabbia che ci animavano in un progetto costruttivo. Non intendevamo creare un nuovo soggetto da presentare nel panorama dell’associazionismo femminile, già ricco e fin troppo frammentato. Avremmo preferito piuttosto contribuire alla creazione di quella rete al femminile che consentirebbe alle donne di pesare come soggetto politico e di trasformare a poco a poco la cultura dominante, intrisa di stereotipi misogini. Pensammo ad un mezzo di comunicazione mai tentato prima: una tv delle donne. E ad uno strumento nuovo, libero, accessibile, che consentisse a tutte le utenti di essere al tempo stesso autrici: il web. Fondammo un’associazione culturale che attualmente è l’editore della nostra testate, e quindi registrammo la testata Donna TV. Modello di business. Al momento siamo autofinanziate. Abbiamo un manager che sta studiando possibili sinergie con i privati e stiamo interloquendo con le istituzioni, che si sono fin qui mostrate molto interessate al nostro progetto.

In bocca al lupo.

- Il sito di Donna TV.

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27
Feb 07

Le scimmie con il telefonino e il monolito WiMax.

L’avvento del WiMax si avvicina sempre di più e credo sia importante continuare a spendere parole sull’argomento prima che vengano rilasciate le prime frequenze destinate a questa tecnologia. Non tanto per il WiMax di per se ma per ciò che rappresenta nel campo delle trasmissioni radio digitali: seppure giovane, è l’anello di congiunzione tra il vecchio packet radioamatoriale e il DTT, tra la trasmissione dati personale e la trasmissione dati industriale. Ed è una convergenza che rende questa tecnologia scomoda, perchè pone un grande punto interrogativo sulle teste di tutti coloro che erano già imbarcati in altre avventure tecnologiche analoghe e contigue. Nessuna tecnologia prima d’ora ha avuto la capacità di far convergere due approcci alle comunicazioni radio così distanti tra loro, di far collassare uno sopra all’altro mercati un tempo completamente divisi, e di trasformare per la prima volta la teletrasmissione in telecomunicazione reale, che come la comunicazione de visu è simmetrica e basata sulla mutua comprensione tra interlocutori; ma soprattuto di metterla alla portata di tutti grazie alla sua economicità. Dico che il WiMax è il primo per vari motivi: la TV è economica ma non è telecomunicazione perchè è asimmetrica e per questo senza possibilità della costante reciproca comprensione tra le parti del sistema comunicativo che caratterizza la comunicazione naturale; Internet è telecomunicazione, ma le tecnologie impiegate fino ad ora – il cavo – sono estremamente costose, al punto che il problema più grande che il Ministro Gentiloni sta affrontando in questi giorni è proprio di trovare un modo per garantire la remunerabilità degli eventuali investimenti sulla rete (obsolescente), e tecnologie asimmetriche nella stragrande maggioranza dei casi; i telefonini potrebbero essere considerati dei precursori a livello applicativo, se non fosse che gli operatori ne hanno strangolato le già poche potenzialità culturali tassando sistematicamente qualsiasi uso se ne potesse fare, e in ogni caso a livello infrastrutturale sono troppo costosi. Invece con chi in questo momento sta pensando al WiFi voglio comunicare con una metafora: mentre il WiFi era un feto con alcuni organi ancora non autonomi – come ad esempio l’incapacità di garantire i livelli desiderati di qualità – il WiMax è un bambino; infante, ma completo di tutte le sue funzioni vitali e con grandi potenzialità.

Il WiMax però attualmente ha un difetto e due problemi.

Il difetto è comune a tutte le tecnologie di trasmissione digitale via radio; ponendo gli attributi di queste tecnologie su una linea immaginaria che va dalla fisica all’economia otteniamo una semiretta: inesorabilmente limitata dal lato della fisica delle onde elettromagnetiche, illimitata dal lato dell’economia. Infatti grazie a varie amenità da scienziati – Teorema di Fourier, Teorema di Shannon-Nyquist, etc – sappiamo che esistono dei limiti fisici invalicabili sui quali possiamo, e non senza sacrificio, solo lavorare per avere al più spazi di manovra leggermente più ampi. Cosa centra con il WiMax? Con un approccio tradizionale, e tenendo conto del fatto che la quantità di frequenza non è illimitata, così come del fatto che il numero di dispositivi da mettere in rete e quindi la densità di questi dispositivi sul territorio è in costante aumento (computer, telefoni, automobili … sensori d’allarme, frigoriferi, lavatrici), viene da se che per soddisfare le necessità di comunicazione dobbiamo aumentare la capillarità delle antenne sul territorio. A questo punto sorge però un problema economico: se la fruizione dei nostri tetti diventa un elemento fondamentale imprescindibile dall’attività dell’operatore, perchè dobbiamo concederne l’uso gratuito agli operatori che ci faranno poi pagare la bolletta usando oltretutto lo spettro radio (bene pubblico indisponibile)? E’ chiaro che sopraggiunge anche qui, come sul cavo, un problema di remunerazione degli operatori; problema che, sempre con l’approccio tradizionale, non può essere risolto a meno di obbligare amministrativamente i cittadini a farlo e quindi aumentare l’iniquità dei governanti nei confronti dei governati. Un’operazione che mina le fondamenta del patto sociale e alimenta inevitabilmente derive anarcoidi pericolosissime, ma originate in questo caso da una sottrazione totalitaria e ingiustificabile di un bene pubblico ai cittadini tutti, e per farne oligopoli di cui pochissimi possono godere. Il primo problema, amministrativo, è di carattere ben più generale e riguarda le frequenze: lo spettro radio è una risorsa limitata ma non esauribile, come gestirla per farne l’uso più profittevole?

Senza un progetto a lunga scadenza che permetta un riordino graduale ma totale dello spettro radio il WiMax rischia di non avere frequenze su cui operare; o comunque di doversi accontentare degli scarti, recuperati a fatica passo dopo passo su segmenti di frequenze distanti tra loro o limitanti le capacità esprimibili dalla tecnologia, come sta accadendo per questa prima banda di frequenze auspicabilmente a disposizione nei prossimi mesi (frequenze che limitano la capacità del WiMax di saltare gli ostacoli). Il secondo problema invece è di natura sociale: una società basata su un etica estremamente solipsistica non riesce a fare sistema, a lavorare secondo le necessarie logiche di convergenza piuttosto che in base a scontri continui promossi a modus operandi standard.

Nei mesi scorsi ho sondato approfonditamente il problema delle TLC interagendo, senza fare sconti a nessuno, con una parte dell’industria nostrana e rilevando una situazione disastrosa. I grandi operatori (fissi e mobili) si limitano a manovrare in silenzio dietro le quinte i fili della politica, questo per determinare a priori un quadro normativo a loro più congeniale possibile; come nella migliore tradizione italiana. I piccoli operatori invece, stremati da anni di mercato profondamente malato – il loro unico fornitore possibile è anche il loro competitor più pericoloso – non hanno dimostrato ne capacità di generare nuove strategie, ne le capacità di aggregazione necessarie a rendersi indipendenti; si limitano dunque a cercare di replicare i pattern dei player più grandi – premere sulla politica – senza però averne le possibilità e dunque fallendo sistematicamente; anche questi dunque seguono la tradizione. Le aziende italiane fornitori degli operatori sono in genere schiacciate nella fossa a più basso valore aggiunto di tutta la catena del valore (system integration) in quanto da un lato (brevetti) sono bloccate dai loro fornitori in genere esteri (Microsoft, IBM, Cisco, etc), e dall’altro lato (providing) dai loro stessi clienti. Nel caso del WiMax (un canale impiega 20Mhz) tutti dunque vogliono la possibilità di usare in regime di licenza individuale (uso esclusivo) una fetta dei 35+35 Mhz che saranno rilasciati nei prossimi mesi ma è fisicamente impossibile che ciò avvenga e dunque la competizione autolesionista potrebbe facilmente creare, nella migliore delle ipotesi, poche piccole vittorie di Pirro.

Al difetto e al primo dei due problemi c’è una soluzione: l’Open Spectrum di David P. Reed, e il conseguente Wireless Commons.

Ma più di una soluzione si tratta di una rivoluzione perchè, come gli altri commons e teorie analoghe – ad esempio, in tema di proprietà intellettuale, gli Alternative Compensation Systems studiati dal Prof. William Terry Fisher della prestigiosa Harward Law School – si tratta di passare da un valore misurato in scarsità, ad un valore misurato in abbondanza. Quando si parla di Informazione è infatti possibile elevare a potenza il valore aggiunto semplicemente garantendo l’uso no-profit delle materie prime – ad esempio lo spettro radio e la proprietà intellettuale – per poi in seconda istanza privatizzare, e dunque monetizzare, l’enorme quantità di valore prodotto dalla naturale collaborazione tra animali sociali. Nel caso del WiMax la strategia che potrebbe portarci addirittura ad un nuovo boom economico – ricordo che le telecomunicazioni incidono sul 40% del PIL – consisterebbe nel creare una normativa che consenta l’uso libero di questa prima piccola banda di frequenze e al contempo però costringa ad un uso collaborativo delle stesse per formare un’unica rete dati. Questo consentirebbe di lasciare in pasto all’ingegno italico una piccola porzione di risorsa su cui i nostri ragazzi possano sperimentare, ingegnerizzare tecnologia nostra, creare dei nostri modelli di business, e così diffondere la cultura dell’Informazione di cui ha bisogno la nostra popolazione. In seconda istanza, cioè quando saranno liberate le pregiatissime frequenze utilizzate per la televisione analogica oramai in phasing-out, replicare i modelli sperimentati per creare una rete dati unica – a cui integrare, perchè no, anche le reti digitali di broadcasting fintanto che queste avranno più prestazioni streaming A/V di quante ne possa esprimere una tecnologia simmetrica – di cui verrebbero date in concessione, in un ottica lucrativa, non le frequenze necessarie a formare la rete, ma piuttosto la sua capacità trasmissiva. Infatti il valore reale di una rete di comunicazione non è nei cavi o nelle frequenze, ma è sia nella capacità intrinseca che questi hanno di trasportare l’informazione, sia nell’informazione stessa – i contenuti – che la rete trasporta. Se la capacità trasmissiva è maggiore, maggiori sono le risorse date in concessione agli operatori e maggiore è la velocità con cui si crea cultura e benessere nel nostro Paese.

Purtroppo per noi però questa è una cultura, come ho delineato nel secondo problema su esposto e come appare ancora più evidente guardando ai 400 milioni che la Difesa ha chiesto alle Comunicazioni per quelle frquenze, che non abbiamo: confondiamo la collaborazione (piano sociale) con la comunione dei beni (piano economico) e questo ci priva di qualunque possibilità di collaborare per avere di più. Temo dunque che anche questa volta – come fu con le radio di quartiere, con le TV di quartiere e con l’Italian Crackdown delle BBS – assisteremo alla distruzione totale di qualsiasi possibilità del nostro popolo di creare rapidamente una diffusa Cultura dell’Informazione di cui far godere i nostri figli. Nel lasciarvi chiedo a voi: se quando eravate ragazzi aveste avuto la possibilità di cimentarvi al microfono di una radio di quartiere, o di giocare davanti ad una telecamera, o magari di incontrare molti più compagni di avventure grazie alla rete Fidonet precursore di Internet, oggi gli interessi telematici dei vostri figli sarebbero limitati ai loghi, le suonerie per i cellulari e il download selvaggio?

Mik Ho letto diversi articoli di Michele Favara Pedarsi su Punto Informatico che ho trovato illuminati. Ho chiesto a Michele se gli andava di fare quattro chiacchiere con i lettori di questo blog per illustrare le sue tesi, che riguardano anche il futuro della TV. Quello che avete letto è il suo post. Michele è nato a Roma l’anno in cui si sono succeduti 3 papi. Folgorato dal suo C=64 in tenera età, ha frequentato Ingegneria Informatica a Tor Vergata, lavorato come sistemista unix per un decennio, insegnato cablaggi strutturati in ogni angolo del Paese e scritto saltuariamente per Punto Informatico. Negli ultimi anni la sua attenzione si è focalizzata sulle tecnologie wireless, sulle quali di recente ha iniziato la costruzione di un centro di competenza.

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27
Feb 07

Come funziona un servizio di video sharing per la Net TV.

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Quella in testa a questo post è la classica immagine che vale più di mille parole. Descrive perfettamente il flusso di lavorazione, e quindi i servizi necessari, per la realizzazione di un canale video online. E’ presa dal sito Brightcove, quella che rimane una delle migliori piattaforme per la realizzazione di un servizio Net TV.

- Lo studio virtuale di Brightcove.

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26
Feb 07

IN2YOU (Intervista)


(per chi non lo vede in testa a questo post uno dei video del blog di Asia)

Da qualche tempo è attivo sul Libero un video blog che ha attirato l’attenzione di molti: justIN2U della quasi 21 enne milanese Asia, che spera con la sua iniziativa di trovare un contatto con Justin Timberlake (pop star arcinota) sfruttando la teoria dei 6 gradi di separazione. Se ce la farà entro questa settimana bene, altrimenti avrà perso la sua scommessa. Io l’ho conosciuta grazie ad una segnalazione di Rob che in un commento su questo blog ha presentato il caso come un maldestro tentativo italiano di scimmiottare il celebre caso di Lonleygirl negli USA, dove una ragazza giovanissima teneva un video blog online e che si è scoperta poi essere una attrice assoldata da una casa di produzione che lavorava a copione per lanciare un film. Mezza America al tempo si era innamorata di Lonleygirl, rimanendo poi profondamente delusa dopo l’ammissione dello “scherzo”. Da allora l’allarme si è alzato, ed è diventato difficile capire se quello che troviamo in rete è una manifestazione spontanea di qualche utente particolarmente intraprendente, o se invece siamo di fronte a nuovi tentativi di “corruzione di massa” architettati per promozionare qualche prodotto. Anche nel caso di Asia i sospetti sono tanti: blog troppo ben curato, video girati ad arte, grande sicurezza della fanciulla, totale chiusura dentro la comunità di Libero (dove il sito è ospitato), sono tutti elementi che fanno pensare anche in questo caso ad una qualche operazione in corso.

Per saperne di più ho voluto fare quattro chiacchiere proprio con la protagonista di questo caso, andando diretto al problema. Asia è stata molto gentile e rapida a rispondere.

Qual’è la tua iniziativa, ce la puoi spiegare?
la mia iniziativa è semplice: conoscere JT (Justin Timberlake ndr) con la teoria dei 6 gradi e sfruttando internet. Chirao ke nn sono csì stupida da pensare ke la cosa sia csì facile. tutto è iniziato come 1 divertimento… 1 scommessa… e 1 divertiomento è ancora al momento anke se ci sn degli stupidi ke mi hanno offeso pesantemente.

Molti utenti hanno il fortissimo sospetto che in realtà tutta la storia sia una grande montatura sul celebre modello di Lonleygirl. Cosa ne dici, sei un’attrice, c’è un qualche progetto “occulto” dietro? O è tutto vero, ed in questo caso come fare a convincere gli scettici?
nn me ne frega niente di convincere gli scettici, nn a caso sul blog ho lasciato i commenti aperti e nn ho censurtato nssno, tranne un paio di commenti kretini in cui mi scrivevano ke mi sarei ritrovata fatta a pzzi nei navigli. Cmq tra 1 settimana finirà tutto. Nn andrò avanti. E’ stato divertente ma ancke + pesante di qnto avrei pensato. Speravo di avere un buon nmro di ctti ma nn pensavo csì tanti.

Le tue clip sembrano molto ben fatte. Le luci sono a posto, l’audio è di qualità, ed anche il video ha un risultato assolutamente dignitoso. Come fai a girarle? Fai tutto da sola?
Come ti ho detto nn sono 1 stupida, anke se molti lo pensano. X girare mi sono qsi sempre fatta aiutare da 1 mio amico, filippo, e ho girato qsi sempre con una videocamera qsi mai con webcam. Sempre x il fatto ke nn sono 1 stupida ho cercato di sfruttare al max 1 successo ke mi è arrivato csì improvvisamente.

Perché hai scelto Libero Video?
Avevo 1 casella di posta su Libero e sapevo ke era 1 community importante, ma all’inizio pensavo di fare sl 1 blog. E’ stato Filippo a consigliarmi di fare anke dei video. Lui pensava a Youtube, ma io avevo paura ke nssno mi notasse. Cmq visto ke mancano csì pochi giorni cercherò di sfruttare anche Youtube. forse già da domani, facendo un appello a ki mi segue.

Cosa fai nella vita? Altri progetti oltre la tua scommessa?
Cme ti ho già detto è stato tutto divertente ma faticoso. Dalla prossima settimana se JT nn si sarà fatto vivo sparirò dalla rete e tornerò agli studi. poi x’ no valuterò alcune proposte ke mi sono arrivate: pubblicare un libro sul blog, partecipare come conduttrice a 1 reality ke si occuperà di internet…

Asia le sue risposte le ha date. Voi cosa ne pensate, sono stato anche io vittima finendo per fare da cassa di risonanza ad un’iniziativa di marketing, o la fanciulla vi ha convinto?

- Il blog di justIN2U
- Il commento di Rob

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26
Feb 07

Il vero business dell’iPhone? Vendere suonerie.

C’è chi si è messo a fare le pulci alla presentazione dell’iPhone fatta da Jobs, ed ha scoperto particolari nascosti molto interessanti. Guardate il video in testa a questo post. Il vero business del’iPhone? Vendere suonerie. Un cortocircuito spaventoso tra telefonini e musica digitale. Un dettaglio che era sfuggito a tutti gli “analisti” che farà entrare Apple in un business spaventoso. Trema chi ha nelle suonerie il suo centro di gavità, Apple sarà un rivale agguerrito. Se si pensa che si paventano magiche integrazioni tra il prossimo sistema MacOSX Leopard, la Apple TV, iPhone, iPod e iTunes si capisce come siamo di fronte ad un player che avrà qualcosa d’importante da dire nel mercato dei media d’intrattenimento digitale. Apple da qualche mese sta reclutando anche diversi game desinger di provata abilità. Anche il mercato della distribuzione online dei games è sotto attacco. Io credo che se nelle prossime settimane Apple scenderà sotto i $85 converrà comprare, a tutta l’aria di essere una grande annata, berremo del buon vino.

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25
Feb 07

XBOX IPTV presentato al IPTV Forum a Londra.

iptv forum

Dal 5 al 7 marzo a Londra si terrà l’IPTV Forum che ospiterà al suo interno altre due manifestazione “Connected Home” e “TVOverNet”. Oltre 200 espositori ed una partecipazione media di circa 5000 visitatori. Durante la manifestazione Microsoft presenterà la sua offerta IPTV per l’XBOX 360 (grazie a Innerman99 per la segnalazione). La manifestazione sembra ricca di spunti interessanti ed ha un accesso gratuito, io sto pensando di partecipare. Qualcuno è interessato?

The winds of change are already blowing. DIRECTV and Microsoft are working on ways to enable the satellite operator’s content to be transferred to Windows PCs, the Xbox 360 entertainment console and directly onto suitable handheld devices. This includes “a broad range of high-definition, exclusive and original programming” from one of the world’s foremost Pay TV providers. The aim is that content should also be moved in the other direction onto a DIRECTV set-top box, which means music, video (including home movies) and pictures from the PC can be viewed on the television.

- La brochure dell’evento
- La form d’iscrizione

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24
Feb 07

The Long Tail & TV Advertising.

The Long Tail è una regola emersa dallo studio dei numeri delle distribuzioni digitali di contenuti (prevalentemente legati alla musica). Si è poi dimostrata vera in qualsiasi settore, anche offline, dove l’economia del warehouse e della distribuzione hanno raggiunto tali livelli di ottimizzazione da rendere profittevole manutenere immensi cataloghi di contenuti, possibilmente tramite un servizio online dotato di possibilità di ricerca. E per i contenuti televisivi? Vale lo stesso principio, digitalizzare significa avere palinsesti virtualmente infiniti. Aprirsi ai contenuti generati dagli utenti significa aprire le porte alle nicchie. Il problema è: come fare business? In due modi. Il primo più semplice, ma più limitato, è con i contenuti in PayPerView.

The Long Tail is a great idea and a potential source of a lot of lovely revenue, but it has some very crucial flaws which are currently preventing it from becoming a new model for content providers. It’s the most basic of issues, namely how on earth you monetise back catalogues of content that no-one will be prepared to pay for in pay-per-view style.
Digitising and storing millions of hours of archives tapes is a formidable challenge, so the only sensible business decision is to provide the most popular 10 to 15 per cent of titles at first. This will mean we will see cascading availability based on viewer demand, and store-for-free/pay-for-playout businesses.
Ninety per cent of the content of the world is not sellable by the conventional mechanism of pay-per-view. It’s a sobering thought. Viewers just won’t pay for it, even in micro-transaction or through subscription. The most popular video on-demand services are free (for example, so-called “Catch-Up” TV services that allow you to watch programmes you missed), like all products.
That leaves only one viable option as the primary means of recovering the costs of digitisation and monetising the content – advertising. Google, AOL, Universal, YouTube, and others are already flirting with ways to marry advertising content with either the subject of the content being viewed and/or a viewer’s personal profile and preferences. Only a fool would follow it as the only route, and as the dotcom and Web 2.0 herd showed, there are a lot of them out there. It may not perfect, but it’s a reasonable start.
That principle demonstrates a very simple rule which applies to advertisers, their agencies, and those who want to support their services using the old commercial broadcasting model. The new advertising “space” to be bought by media buyers on on-demand systems is the ability to watch for free. Subscription mounts as a premium service very nicely on top if the ads become too intrusive, and it means advertising can be dynamic and personalised rather than static and perpetual. But it also creates a further problem. Advertising always generates a surge of technological innovation for products that remove it.

[via]

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23
Feb 07

Censura, Advertising e Banda Larga.

YT YoyTube userà Audible Magic per combattere la pirateria, ma per il momento non conclude nessun accordo compreso quello con la CBS che sembrava già fatto. Sembra evidente che ormai il business del video online è un fatto reale. La Reuters usciva ieri con una notizia di una nuova ricerca di Adams Media Research che profetizza che il business si espanderà fino a toccare il $4 miliardi nel 2011, contro i soli $111 milioni del 2005.

Sposare una piattaforma significa in ogni caso dover scendere a patti per la spartizione dei diritti pubblicitari. Ecco allora che i gruppi che hanno già oggi elaborato piani precisi per conquistare questo nuovo media (es. Viacom), stanno rifuggendo dal nuovo mostro YouTube. L’immagine che sempre più Google sta dando al mondo è quella della nuova Microsoft, che compra ogni giorno un nuovo pezzo, per aggredire qualsiasi mercato. Il problema è che il mondo Google, pur nascendo dal web, rimane chiuso in se stesso. La recente disccussione sul sistema di protezione dei contenuti ne è un esempio. Sono mesi che si promette un miracoloso software antipirateria. Poi l’annuncio che il tool sarà dedicato alle sole aziende che faranno affari con YouTube. Pessimo. Tanto impraticabile che YouTube, ancora non ufficialmente, alla fine userà Audible Magic, la stessa piattaforma scelta dal rivale MySpace. E meno male, perché avendo bisogno di un enorme database di “fingerprint” per poter funzionare è fondamentale che ci sia uno sforzo comune per crearlo.

fox ent Anche News Corp. comunque non scherza. Fox Entertainment che in questi mesi è stata “schiaffeggiata” dal gruppo per una politica online poco efficace (tanto che si dice che il deal MySpace sia stato fatto senza il loro supporto), torna alla ribalta acquistando una tecnologia per fare Advertising optimization da Advanced Data Corp. (ADC). Levinsohn, presidente di FOX Entertainment, si dichiara profondamente contento perché grazie all’intelligenza che gli algoritmi del software ADC sono in grado in mettere in campo, sarà da domani possibile targettizzare pubblicità in formato grafico anche sul delirante MySpace. Previsto un incremento del 50% delle revenus da advertising.

Buone notizie anche dalle nostre parti, sale l’uso della banda larga. La notizia la da l’ANSA “Cresce la tecnologia nelle case degli italiani, mentre cala l’acquisto di elettrodomestici tradizionali, come, per esempio, la lavastoviglie. Emerge dalla consueta indagine annuale dell’Isae, condotta nel mese di febbraio. In crescita nel 2006 la diffusione di collegamenti ad internet ‘veloci’ e di televisori a elevato contenuto tecnologico, scende quella di personal computer e Dvd. Tra i beni d’uso domestico, cala l’impiego della lavastoviglie e aumenta quello degli impianti di condizionamento.” Non ho capito cosa sono i televisori ad elevato contenuto tecnologico, ma comunque la banda larga cresce e questa è un’evidenza.

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23
Feb 07

Il blogging è morto, viva il blogging industriale.

Quali sono le strategie dei grandi gruppi editoriali italiani nei confronti dell’avanzare del fenomeno blog? RCS (Corriere della Sera) ha comprato qualche mese fa possiede dal 2002 una quota di Dada. Dada aveva appena comprato Splinder il principale network la principale piattaforma di blog in Italia. Ieri la notizia che Dada ha comprato Blogo, il 30% per 2.4 milioni720 mila di euro.

La Repubblica, oltre al suo manipolo di blogger interni, usa il network Blogosfere, il principale network di blog professionali in Italia, per il suo servizio News Controll, “dove il main stream ed i blog s’incontrano”.

Il Sole24Ore ha un suo network di blogger italiani indipendenti che da molto tempo scrivono periodicamente il giovedi su Nova, potendosi quindi a tutto diritto considerare giornalisti del Sole.

Quali sono le strategie quindi?
A me cominciano a sembrare chiare. Il mondo dei blog non lo si combatte, lo si controlla. Ma si può effettivamente affermare di avere un’anima blog, se si propone ai propri lettori un’offerta costruita da blogger controllati? Si può chiamare blog qualcosa che usa una piattaforma di blogging per pubblicare, esporta un feed RSS, e usa uno stile blogger copiando e traducendo notizie?

Non lo so, ma non credo che questo sia lo spirito autentico del blogging. Forse è semplicemente questo il corso naturale delle cose, senza doversi fare tanti pensieri. Possiamo considerare quindi finita l’era del blogging sperimentale, a favore di una nuova era quella del blogging industriale?

Come sempre sarà la gente a stabilirlo, ma certo è che network di blogger o nanopublisher inseriti all’interno degli amplificatori mediatici posseduti dai grandi gruppi fanno presagire ad un progressivo miglioramento dell’audience. E’ questo che in fondo la gente vuole? Il fenomeno blog nasce come una forma nuova di comunicazione, una frontiera che ha attirato moltissima gente, tanta anche stufa di come la stampa mainstream ha trasformato se stessa negli ultimi decenni. Ma forse il blogging è solo un fenomeno estremo, qualcosa nato dalla reazione spontanea della gente che però in realtà manifestava solo il desiderio di vedere il mainstream cambiare, non quella di volersi circondare da un manipolo di blogger liberi e liberi pensatori. In fondo, per la gente, basta solo che la stampa aggiusti un po il tiro, si metta su internet, parli in maniera più colloquiale ed il resto chissenefrega.

Forse e cosi, stiamo assistendo all’ennesimo periodo di transizione.
E allora possiamo cominciare ad affermarlo senza più grandi timori: il blogging è morto, viva il blogging industriale.

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23
Feb 07

Il mondo del advertising ha scoperto e conquistato a suon di dollari Internet, qualcuno ha scoperto un modo per misurare l’efficacia di questi dollari?

La seconda esplosiva ondata di sviluppo della rete Internet è una realtà diffusa già da un buon margine di tempo, tale fenomeno, che ha fornito nuova linfa al mondo www, ha portato alla luce una costellazione di grandi e piccoli siti concentrati principalmente sul tema delle notizie: i blog. Invece, il trend di digitalizzazione dei contenuti iniziato con il boom dei file .mp3, e dei programmi di scambio P2P degli stessi file, si è unito con quello della mobilità e del consumo multimediale in stile “panta rei”. Quest’ultimo fenomeno è stato spinto con grande forza dal fashion boost dell’iPod e di tutti i suoi simili, ed è andato a formare un’altra onda che ha toccato le coste di Internet in svariati modi creando diverse conseguenze, tra cui la nascita dei podcast. Dopo qualche anno, sempre su Internet, si è scatenata un’altra onda: quella dei contenuti video. Resa possibile grazie all’ampliamento della banda, alla contemporanea riduzione dei costi di storage e di trasmissione, alla sempre maggiore capacità di codificazione compressa (v. Mpeg4) ed al continuo confermarsi della legge di Moore. Dunque…oggi sempre più persone utilizzano Internet per informarsi, svagarsi, divertirsi e comunicare; quale strumento migliore se non il video? Così si son visti proliferare siti di video blogging e grandi contenitori di video (mi piace chiamarli Video Portali). Mi chiedo: qual è la loro killer application? Credo una risposta possibile sia: il contenuto video. Tale contenuto è diventato l’oggetto del desiderio degli utenti internet e di conseguenza dei marketer di mezzo mondo, i quali da sempre smaniano alla ricerca di nuovi strumenti di diffusione dei propri spot (visto e considerato che alle grandi imprese non mancano mai i soldi per fare pubblicità!). Oggi non si grida più allo scandalo se prima, o dopo, di un video o di un podcast si trova “embeddato” uno spot pubblicitario. E per giunta, molti studi di marketing hanno confermato l’efficacia di tali strumenti, soprattutto quando il contenuto dello spot è in un qualche modo contestualizzato con il contenuto del video. C’è solo un problema: chi misura e attesta l’avvenuta fruizione di tutto il package (content+spot) e non di una sola parte…o di una parte ed un pezzetto?

Bene, per quanto riguarda il tema dei podcast c’è un servizio piuttosto interessante, che chissà…potrebbe essere emulato o upgradato per funzionare anche con i contenuti video: Audible Wordcast.

Ho sentito per la prima volta di tale servizio leggendo il libro Hands on Guide to Video Blogging and Podcasting. La Audible ha introdotto nel 2005 Wordcast , servizio che consente all’autore del file audio di creare delle copie “protette” del podcast con estensione .aa (un formato simile all’AAC di Apple), tale formato, che è supportato da iTunes, iPod ed altri media players portatili, consente un tracciabilità altissima del file. Ecco una tabella riassuntiva (dal blog di Ratcliffe) delle differenze basilari tra l’estensione .aa e lo standard .mp3:

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Infatti indifferentemente dal fatto che il podcast sia utilizzato su PC o sul lettore portatile, la durata di ascolto esatta viene riportata ad Audible (chiaramente il lettore portatile invierà le info solo successivamente alla sincronizzazione col PC). Di nuovo quindi, il servizio Wordcast di Audible riesce a tracciare in remoto sul portable player il file, mentre viene utilizzato in modalità offline, poi come tale dispositivo si collega al PC, magari per un nuovo aggiornamento o per aggiungere file alla library, allora il file.aa invia le info ad Audible che le aggiunge al database.

Come recita il sito di Wordcast di Audible:

“With portable audio player sales at an all-time high and the podcasting phenomenon in full swing, it’s clear that listener choice is driving us towards on-demand digital audio. But, how can we convert all of this aural energy into a kinetic business? Enter audible.com. With impeccable and pioneering credentials in portable digital audio, we have the know-how and experience to help make podcasting a powerful engine of communication – and business.
[…]Advertisers require real numbers to make buying decisions, not numbers you struggle to reconcile through extrapolation and justify with artful prose. The business of podcasting requires numbers that will stand up to a third party audit. Audible’s proprietary TrueListener Audience Measurement system delivers the hard numbers an advertiser needs to see to say, “Yes.” with confidence.”

Senza dubbio il testo è pubblicitario e per giunta il servizio desta qualche preoccupazione (una su tutte il proporre uno standard differente quando lo standard riconosciuto e decantato da anni è quello dell’MP3), ma dice alcune cose senz’altro corrette, una su tutte: per i marketer contano i numeri. Con questa affermazione voglio sottolineare come per un canale televisivo la variabile distintiva sia l’audience, per un sito blog tale variabile siano le view giornaliere e allora mi chiedo: per un podcast? Il numero di download? O forse sarebbe migliore e più rappresentativo della realtà il numero di ascolti reali (è noto il fenomeno per cui molti podcast vengano scaricati senza poi venir mai ascoltati)? E quanto sarebbero felici questi marketer qualora fossero persino in grado di misurare il grado di ascolto dei propri spot?

Fototessera LdbHo chiesto a Luca De Bartolo di continuare la fortunata carriera di blogger (che lo vede proporre dei titoli degni del miglior SEO), trattando un tema centrale per lo sviluppo della Net TV. Il precedente post di Luca è stato “Rocketboom.com = Amanda Congdon? Forse no!“. Luca è nato a Roma il 10 Novembre 1982, laurea specialistica con lode presso la Luiss in Economia e Direzione delle Imprese in collaborazione con Booz Allen Hamilton. Occupazione attuale: Booz Allen Hamilton, in attesa di cominciare il dottorato. O qualcos’altro chissà!

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23
Feb 07

RaiUtile: l’anno del Wiki.

raiutile Questa mattina (23 febbraio) dalle 12 alle 13 sono ospite di Rai Utile per una trasmissione intitolata “L’anno del Wiki”.

Da Punto-Informatico:

“Si presenta così la trasmissione che domani, venerdì 23, dalle 12 alle 13 affronterà su RaiUtile il “nuovo che avanza” in Rete. “Il nostro viaggio – spiega una nota – proseguirà nell’universo parallelo di Second Life per conoscere da vicino gli italiani che popolano la community dove chiunque puo’ scegliersi una “seconda vita” Presenti in studio Arturo Di Corinto, Tommaso Tessarolo, Lorenzo De Tomasi, in collegamento Paolo De Andreis, direttore di Punto Informatico”.

La trasmissione sarà visibile sul digitale terrestre, su satellite, e in modalità streaming sul sito web di RaiUtile

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22
Feb 07

I giornali online sono i canali TV “All News” del futuro.

Da quello che avverto il fenomeno Net TV in Italia ha una considerazione piuttosto bassa. Pur essendo il tema del momento, che tutti fa parlare e discutere, viene comunque quasi sempre presentato come un discorso sperimentale, parallelo, marginale, molto lontano da quelli che sono i discorsi industriali. Penso spesso a quanto forte debba essere il messaggio di avviso che sto cercando di lanciare: a volte mi viene voglia di urlarlo, più spesso preferisco commentarlo cercando di accelerare certi ragionamenti.

Certo è che leggendo articoli come “You Must Be Streaming” apparso sul l’ultimo numero del New York Magazine (che avevo già segnalato tra i bookmark), mi torna un diffuso senso di ansia. L’articolo non fa null’altro se non leggere la realtà di oggi, ovvero che i grandi Giornali sono in crisi: il blogging e più in generale l’esplosione di questo nuovo modo conversazionale di costruire, elaborare e diffondere l’informazione sta facendo perdere rapidamente appeal ad una carta stampata già in crisi da tempo. Ed i giornali come stanno reagendo? I principali hanno già preso le contromisure: sono entrati nel mondo dei blog, spostando pesantemente gli investimenti sul mondo dell’informazione online. Si sta formando, per chi ha intrapreso questa strada, una straordinaria spirale positiva dove le informazioni vengono ad essere create nel mondo mainstream, per poi essere elaborare, commentate e quindi diffuse nel mondo dei blog. Le tendenze della blogosfera tornano quindi ad influenzare e, sempre più spesso, a fare notizia dentro il mondo mainstream.

Ma il fatto più interessante, che forse era sfuggito a molti, è che nel passaggio al web il mainstream sta sposando intelligentemente anche i modelli della rete. Ai giornalisti professionisti, ed alle nuove leve, viene sempre più spesso chiesto di “comportarsi” come un blogger: nel modo di scrivere, nel modo di titolare gli articoli, e anche nel modo di girarli. Si perché con sempre maggiore convinzione i giornali stanno chiedendo ai loro giornalisti, a qualsiasi livello, di accendere la webcam e commentare quello di cui scrivono. Sempre più giornali online (di ieri la notizia segnalata da Luca del Corriere della Sera con Mieli) arricchiscono la loro programmazione di notizie con un palinsesto video. Piano piano, senza che ci sia ancora un disegno cosi chiaro, i giornali stanno cambiando non solo pelle ma anche la loro anima. In questo l’articolo sul NY Magazine ha trovato una sintesi perfetta nel dire che di questo passo l’informazione video si genererà sempre con maggiore forza proprio dai grandi giornali.

Per questo mi continuo a stupire di quanto ancora qui da noi, nel paese con il peperone verde come logo, non si capisca che le barriere d’ingresso al mondo della distribuzione video ormai sono cadute. Non è più una pratica ad appannaggio dei soli broadcaster, e l’IPTV chiusa delle telecom sta diventando sempre più un falso mito. Oggi, come i grandi brand hanno preso a fare contenuti, anche i grandi giornali d’informazione stanno cominciando a fare TV. Repubblica TV esiste da tempo, ora anche il Corriere.it ha preso a generare video, e così fa anche il Sole24Ore. Appena si affermerà la sana e civile “pratica” di offrire uno sbocco in formato Podcast Video a queste nuove produzioni, potremo di comodo tornare a casa la sera, accendere la nostra Apple TV (XBOX, Wii, TiVo, …) ed invece di guardare TG1, TG5, SKY TG24… guardare le news direttamente dal “Corriere ALL NEWS TV”.

Ci siamo, non manca nulla perché tutto questo possa realizzarsi. Il grande scoglio sarà alfabetizzare “la gente”, ma con strumenti semplici e dinamiche rodate non ci vorrà davvero molto tempo. E allora ecco che lo scenario si è complicato ancora un po: i moribondi giornali non solo tornano prepotentemente sui blog, ma cominceranno a rosicchiare fette di un altro business, quello dell’informazione Televisiva.

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21
Feb 07

Ecco chi guarda RocketBoom.

Rocketboom, il celebre video podcast americano ha finalmente scoperto da chi è composto il suo fedelissimo pubblico. Oltre 300 mila spettatori ogni puntata, con picchi di oltre un milione di utenti per le puntate più seguite. Dal 5 al 12 febbraio podCast411 ha svolto un’indagine su un campione di oltre mille utenti Rocketboom.

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Quelli emersi sono in parte dati che ci si poteva già aspettare. Il pubblico è prevalentemente maschile (92%), e di età compresa tra i 20 ed i 45 anni (oltre il 60%). Ha una buona istruzione ed un ottimo livello sociale (il 27% percento ha dichiarato di avere un incoming annuale tra i $100 e %299 mila).

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E’ un pubblico che generalmente guarda la TV “classica”: il 46% da 1 a 3 ore al giorno, ed il 45% meno di un ora. Ma che spende molto tempo online: quasi l’80% passa almeno 3 ore ogni giorno sul web. La maggior parte, e forse questo è il dato più interessante, guardano Rocketboom direttamente da PC: il 92%, contro appena il 5% di chi lo guarda sul televisore. Questo a dimostrazione che i podcast video funzionano comunque, ma che probabilmente ci sono enormi margini di crescita nel momento in cui sarà possibile portare agilmente questa tipologia di contenuti direttamente sul televisore in salotto (XBOX, Apple TV, TiVo, etc.).

Per chi vuole saperne di più: il PDF dell’intera ricerca.

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21
Feb 07

ME:TV, la TV generata dai bambini.

Viacom continua a cavalcare l’onda senza sosta. Il nuovo progetto questa volta si chiama ME:TV ed è una trasmissione del canale Nickelodeon che va in onda tutti i giorni nel tardo pomeriggio (negli USA).

ME:TV

La durata è di due ore, dalle 5 alle 7 di pomeriggio, durante le quali due conduttori Alex e Jordan presentano al pubblico di adolescenti una sequenza di cartoni animati imperdibili (SpongeBob su tutti). Per rendere la trasmissione più interattiva, e coinvolgere quindi i giovanissimi telespettatori, ME:TV ha pensato innanzi tutto di mandare in onda durante la trasmissione delle clip autoprodotte ed inviate tramite il sito. Un inserto che ormai comincia ad essere presente in diverse trasmissioni, i video generati dagli utenti, che secondo l’executive producer Mike Sarnoski, troverà uno spazio sempre crescente all’interno di ME:TV: “Il programma è di aggiungere sempre più contenuti di questo tipo, mano a mano che aumenterà il volume dei video ricevuti e soprattutto la qualità. Per il momento abbiamo visto un po di tutto, da mini film in stop motion a bambini impegnati in strane danze”. Queste le dichiarazioni al New York Times. Un dato è certo: i bambini sanno utilizzare i PC e la rete con capacità assolutamente sorprendenti, non provando nessun tipo di difficoltà o imbarazzo nell’uso delle tecnologie. Non è un caso che proprio Nickelodeon abbia già da qualche mese attivato un piccolo social site dedicato ai suoi piccoli spettatori: Nicktropolis, una sorta di Second Life for Kids. Già un successo.

Ma la parte più interessante di ME:TV è quella che prevede il coinvolgimento in diretta di diversi bambini, collegati dalle loro case tramite internet ed una web cam. Non so se avete presente i giochi che normalmente vengono realizzati durante trasmissioni di questo tipo, anche qui in Italia: prove di velocità, agilità ed abilità durante le quali i bambini presenti in studio, generalmente divisi in due squadre, sono chiamati a sfidarsi. La formula pensata da ME:TV mantiene il meccanismo della sfida (anche con del pubblico in sala), utilizzando però in aggiunta partecipanti collegati via Internet. Le prove, naturalmente, vengono concepite per essere compatibili con il pubblico a casa, ad esempio: infilarsi un “anello” fatto da una fetta di Ananas in ognuna delle 10 dita delle mani, più il naso. Operazione che è facile riprendere anche con una web cam.

Al lancio, avvenuto questi giorni, la trasmissione ha già segnato un discreto successo di pubblico. Peccato che durante le prime prove di gioco in diretta via web cam, ogni tanto qualche partecipante perdesse il sync o addirittura l’intero collegamento, lasciando la trasmissione di fatto con un concorrente in meno. Internet non è ancora completamente affidabile per delle trasmissioni in diretta, ma il livello è comunque più che accettabile per cominciare a farne un uso più diffuso all’interno di qualsiasi tipologia di trasmissione dove è richiesta la partecipazione di un pubblico.

L’ultima nota, ovviamente, quella relativa alla tutela dei bambini. Prima che qualsiasi video, o trasmissione in diretta, possa andare in onda è necessario che il bambino abbia una autorizzazione firmata dai genitori da inviare alla produzione via Fax o email.

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20
Feb 07

VIACOM firma un accordo con JOOST.

mtv + joost

Viacom qualche settimana fa ha chiesto la rimozione coatta di tutti i suoi materiali su YouTube. L’annuncio delle strategie di MTV online (compresi i 250 licenziamenti) ha poi chiarito i motivi di questa scelta.

Che l’utenza del video online sia sempre più numerosa ed interessante lo dimostra anche l’ultima statistica data dall’ANSA: “Il fatturato del video advertising online crescera’ nel 2007 fino a raddoppiare, da 161 a 371 milioni di dollari. Negli Stati Uniti i siti Internet delle stazioni televisive stanno entrando in forte competizione con i siti delle stazioni radiofoniche e dei quotidiani per contendersi le entrate provenienti da questo segmento pubblicitario. Al momento sono in vantaggio i siti web dei giornali, che, nel 2006 hanno ottenuto entrate per 81 milioni di dollari.”

Era nell’aria un grosso annuncio ed è arrivato: VIACOM ha stretto un accordo con JOOST per la distribuzione di parte della sua library di contenuti sulla piattaforma P2P sviluppata dai due fondatori di SKYPE. I contenuti che Viacom metterà a disposizione saranno da subito le serie TV Real World, Laguna Beach, Beavis & Butthead e Flavor of Love, ed alcuni film della controllata Paramount. Ma, c’è da aspettarselo, vedremo presto lo sbarco anche di tutta la “brigata” MTV all’interno del club. Aspettiamo con trepidazione l’annuncio di quali box supporteranno a questo punto Joost, per portarcelo direttamente nel televisore.

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